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LE VITE
DI DANTE
LE VITE — "— DI DANTE
SCRITTE DA
“GIOVANNI BOCCACCIO
E DA
LEONARDO BRUNI
con l'aggiunta della ‘‘ Vita del Petrarca,, di quest' ultimo
E CON UNA ESTESA
APPENDICE
narrativa degli avvenimenti dei tempi intorno a cui Dante visse, oltre a cenni su Ravenna nella vita di Dante e sul ritrovamento delle sue ossa nei 1865
COMPILATA DA
ARTURO SALVATORI
: 209
PESCARA INDUSTRIE GRAFICHE 1909 i
de
Diritti riservati secondo legge.
PESCARA — Industrie Grafiche.
PREFAZIONE
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Avvertenza
Coll’ appendice a queste due Vite di Dante mi sono studiato di dare notizia delle turbinose condizioni politiche e s0- ciali in cui Dante si trovò a vivere ed a cagione delle quali maggiormente scrisse. A ciò fui indotto dalla consi- derazione dell’ avere Egli riferito l’ a- zione del suo Poema ai giorni che cor- sero fra la motte del 24 al 25 marzo e il 3 aprile del 1300, trentacinquesi- mo di sua età e anno di quello che fu per Lui priorato infausto.
Chi amasse avere ulterior luce sul divino Poeta può procurarsi le Vite di Dante di Cesare Balbo (Firenze - Le Monnier) e di Nicola Zingarelli (Mila- no - Vallardi).
Pregevolissime poi le annotazioni € le illustrazioni del Fraticelli alle opere
8 di Dante (Firenze - Barbèra) a tacere di tanti altri lavori del genere che nei tempi nostri si trovano pubblicati. Alla Vita di Dante del Bruni, noto anche coll’ appellativo di « Aretino » ho fatto seguire la Vita del Petrarca dello stesso; e m’° è dolce la lusinga di poter incontrare il gradimento dei lettori.
Roma, Ottobre 1909. (Via Sicilia 154)
ARTURO SALVATORI.
GIOVANNI BOCCACCIO
( (1313-1375)
Del Boccaccio parrà superfluo tenere parola, a nessuno essendo egli ignoto qual prosatore insigne nel primo grande pe- riodo letterario italiano.
Noteremo qui soltanto avere egli a- mato Dante con sentimento ineffabilmente sincero e con riverenza somma. \
Il Bruni dice nella sua « Vita di
, Dante » che il Boccaccio tessè la bio-
| grafia del Poeta come d’un uomo con-
“fuso d’amore; ma ci sia lecito far no- tare che conviene pur ammettere che l’amore ebbe effettivamente in Dante l’ esplicazione più nobile e più grande.
La « Vita Nuova » checchè si dica in contrario, è il racconto ingenuo del- l’amore di Dante per Beatrice, donna che ha indubbiamente esistito (1).
(1) Quando di carne a spirto era salita E bellezza e virtù cresciuta m' era
(Purg. XXX, 127-128.)
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Non fa meraviglia che il Bruni, di opinioni ben rigide quanto ad amorose rela- zioni, (e in ciò affatto diverso dal Boc-
'
ì
|
caccio) abbia voluto diradare il tessuto
di amorosi sensi in cui il prosatore som- mo avvolse il Poeta.
L’ Aretino però, in sostanza, nol con- traddice: solo tende a mettere in mag- giore rilievo di austerità la figura del- l’ Alighieri.
Le due « Vite di Dante » del Boc- caccio e del Bruni vicendevolmente si completano; e inducono i lettori a sen- tirsi sempre più trasportati d’ammira- zione verso Quegli che è gloria massima d’ Italia e del mondo.
LEONARDO BRUNI
| (1369-1444) dI
Il Bruni vide la luce nel 1369 in Arezzo. Ebbe fino da giovinetto vivissi- ma propensione agli studii letterarii, che elevatamente coltivò, usando ne’ suoi la- vori la lingua dotta di allora: la latina. In volgare scrisse le Vite di Dante e del Petrarca.
A seguito di premure fatte dal suo amico Poggio Bracciolini (scrittore delle lettere apostoliche) il Bruni fu nel 1405 ‘chiamato in Roma da papa Innocenzo VII e, dopo una difficile prova, si ebbe dal pontetice un posto importante nella Cancelleria romana. Erano tempi assai difficili quelli per la Chiesa, poichè dura- va lo scisma cominciato poco dopo il ritorno dei papi da Avignone in Rama e originato dai cardinali francesi che in- vece del papa Urbano VI, italiano, eletto nel 1378, avrebbero voluto elevato alla tiara uno di loro, per cui elessero un an-
12 tipapa; scisma che terminò solo nel 1447 con Eugenio IV.
Morto Innocenzo VII ed eletto papa Gregorio XII, il Bruni seguì quest’ ul- timo nelle sue peregrinazioni per l’ Italia, motivate dalle straordinarie difficoltà in cui tuttavia versava la Chiesa. Stanca- tosi però di vivere in mezzo alle vicende spiacevoli che gli toccavano per dover seguire il pontefice, il Bruni, cedendo assai volentieri all’ invito della Repub- blica fiorentina, si ridusse in Firenze.
Eletto a Pisa il papa Alessandro V, dopo l’ avvenuta deposizione del papa Gregorio XII e dell’ antipapa, il Bruni riprese il posto di Segretario apostolico, che tenne anche dopo la morte di quel pontefice, avvenuta nel 1410.
Fu poi investito dai Fiorentini, ad unanimità di suffragi, dell’ alta carica di Cancelliere della Repubblica; ma presto la rinunciò per riprendere sotto (Giovan- ni XXIII il posto di Segretario apostolico.
/ A que’ tempi, certo, servire il papa ‘ era più che servire un minore Governo. Indi a poco però il Bruni, svestito l’ a- bito ecclesiastico, tolse in moglie in A-
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rezzo una ricca giovine fiorentina, da cui ebbe un figlio, di nome Donato.
Deposto dal concilio di Costanza il papa Giovanni XXIII (1415) il Bruni, con immensa sua soddisfazione, tornò an- . cora a Firenze ove nel 1427 fu novella- mente eletto Cancelliere della Repubblica e ove attese a forti studii, scrivendo, fra altre opere, quella « Istoria fiorentina » che gli valse la straordinaria distinzione della cittadinanza di Firenze e che, a ti- tolo di onore, dopo la sua morte, avvenuta nel marzo del 1444, gli fu posta sul petto.
Il Governo della Repubblica gli de- cretò solenni onoranze ed ora egli riposa nel tempio di S. Croce, fra i sommi.
Sostenne con rassegnazione la morte, che egli chiamava con espressione sem- plice e purtroppo vera « il comune de- stino ».
Fu uomo integro; e (com'’ egli stesso disse ad uno dei fiorentini che gli erano contrarii) consigliò la sua patria senza odio e senza passione, come debbono i buoni cittadini.
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GIOVANNI BOCCACCIO
VITA DI DANTE
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Della vita, costumi e studi del clarissimo Poeta Dante.
Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienza fu repu- tato, e le cui sacratissime leggi sono ancora a’ presenti uomini chiara te- stimonianza dell’ antica giustizia, era, secondochéè dicono alcuni, spesse vol- te usato di dire: Ogni repubblica, siccome noi, andare e stare sopra due piedi; dei quali con matura gra. vità affermava, essere il destro, il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e ’l sinistro, ogni ben fatto remunerare: aggiugnendo, che qua- lunque delle due cose già dette, per vizio o per negligenza sil sottraeva, o meno che bene si osservava, senza. niuno dubbio quella repubblica che °l faceva, conveniva andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in
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amendue, quasi per certissimo avere, quella non potere stare in piedi in alcun modo. Mossi adunque più così egregi come antichi popoli da questa laudevole sentenza e apertissima- mente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, sovente di celebre sepoltura, e tal fiata di trion- fale arco, e quando di laurea corona, o d’altra spettabile cosa, secondo i meriti precedenti onoravano i valo- rosi: le pene, per l’opposito, a’ col- pevoli date non curo di raccontare.: Per li quali onori e purgazioni l’ as- siria, la macedonica, la greca e ulti- mamente la romana repubblica au- gumentate, colle opere le fini della terra, e colla fama toccarono le stelle. Le vestigie de’ quali in così alti esempli, non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male seguite, ma in tanto s'è disviato da esse, che ogni premio di virtù possiede l'ambizione; perchè, siccome io e ciascuno altro che a ciò con occhio ragionevole
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vuol ragguardare, non senza gran- dissima afflizione di animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi uffici e guiderdoni elevare, e li buoni scac- ciare, deprimere ed abbassare. Alle quali cose quale fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che ’l timone governano di questa nave: perciocchè noi, più bassa turba, sia- mo trasportati dal fiotto della for- tuna, ma non della colpa partefici. E comecchè con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessono le predette cose verificare, per meno scoprire i nostri difetti e per venire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccon- tata. Nè questa fia poca © picciola, ricordando lo esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri, 11 quale, an- tico cittadino nè di oscuri parenti nato, quanto per virtù e per iscienza e per buone operazioni meritasse, assai ’1 mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le
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quali se in una repubblica giusta fussero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altis- simi meriti apparecchiato.
Oh scellerato pensiero, oh diso- nesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argo- mento! In luogo di quelli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sban- dimento e alienazione de’ paterni beni, e, se fare si fusse potuto, ma- culazione della gloriosissima fama «con false colpe gli furono donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e le ossa nelle altrui terre sepolte e la sparta prole per le altrui case, alquanto ancora ne fanno chiari. Se a tutte le altre iniquità fiorentine fosse possibile di nascondersi agli occhi d’Iddio che veggiono tutto, non dovrebbe quest’una bastare a provocare sopra di sè la sua ira? Certo sì. Chi in contrario sia esal- tato, giudico che sia onesto il tacere: sicchè bene ragguardando, non sola- mente è il presente mondo del sen-
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tiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario volti i piedi. Perchè assai manifesto appare, che se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro alla sopra toccata sentenza di Solone,. senza cadere stiamo in piedi, niun’altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo addivenire, o è speziale miracolo, nel quale o per li meriti di alcuno nostro pas- sato, Iddio, contra ad ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienza, la quale forse il nostro ri- conoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tor- mento, che appieno sopperisca alla sua tardità. Ma perocchè, comecchè impunite ci paiano le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fug-
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gire, ma ancora, bene operando, di ammendarle ingegnarci. Conoscendo 10, me essere di quel- la medesima città, avvegnacchè pic- ciola parte, della quale (considerato li meriti) la nobilità e la virtù di Dante Allighieri fu grandissima e per questo, siccome ciascun altro citta- dino a’ suoi onori sia in solido ob- bligato, comecchè io a tanta cosa non sia sufficiente, nondimeno secon- do la mia picciola facultà, quello che essa doveva verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m’ ingegne- rò di, far io, non con istatua e con egregia sepoltura; delle quali è oggi appo noi spenta la usanza, nè ba- sterebbero a ciò le mie forze: ma con lettere povere a tanta impresa: di queste ho, e di queste darò: ac- ciocchè ugualmente, o in tutto o in parte, non si possa dire tra le na- zioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leg- giero; perocchè più alto nol mi pre-
28 sta lo ingegno; e nel nostro fioren- tino idioma (acciocchè da quello che egli usò nella maggior parte delle sue opere non discordi) quelle cose, le quali esso di sè onestamente ta- cette; cioè la nobilità della sua ori- gine, la vita, gli studi ed i costumi; raccogliendo appresso in uno le ope- re da lui fatte, nelle quali esso sé sì chiaro ha renduto ai futuri, che forse non meno tenebre che splen- dore gli daranno le lettere mie: co- mecchè ciò non sia di mio intendi- mento, nè di mio volere; contento sempre e in questo e in ogni altra cosa da ciascuno più savio, laddove io difettuosamente parlassi, essere corretto. Il che, acciocchè non av- vegna, umilemente priego Colui che lui trasse per sì alta scala a vedersi. come sapemo, che al presente aiuti e guidi lo ingegno mio e la mia de- bole mano.
Fiorenza infra le altre città ita- liane più nobile, secondochè le an- tiche storie e la comune opinione
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de’ presenti pare che. vogliano, ebbe inizio da’ Romani; la quale in pro- cesso di tempo augumentata, e di popolo e di chiari uomini piena, non solamente città, ma potente cominciò a ciascuno circostante ad apparere. Ma quale si fusse o contraria fortuna o avverso cielo o li loro meriti agli alti inizii di mutamento cagione, ci è incerto; ma certissimo abbiamo, essa non dopo molti secoli da Attila, crudelissimo re de’ Vandali e gene- rale guastatore quasi di tutta Italia, uccisi prima e dispersi tutti o la mag- gior” parte di que’ cittadini che in quella erano o per nobiltà di san- gue o per qualunque altro stato, di alcuna fama, in cenere fu ridutta e in ruine: e in cotale maniera oltre al tre- centesimo anno sì crede che dimoras- se. Dopo il qual termine, essendo non senza cagione di Grecia il romano imperio in Gallia traslatato, e alla imperiale altezza elevato Carlo Ma- gno, allora clementissimo re de’ Fran- ceschi, dopo più fatiche passate, cre-
20 do da divino spirito mosso, alla ree- dificazione della disolata città l’ im- periale animo dirizzò; e da quelli medesimi che prima conditori n’ e- rano stati, comecchè in picciolo cer- chio di mura la riducesse, in quanto potè, simile a Roma la fe’ reedificare ed abitare; raccogliendovi nondime- no dentro quelle poche reliquie che st trovarono dei discendenti degli antichi scacciati. |
Ma infra gli altri novelli abita- tori, forse ordinatore della reedifica- zione, partitore delle abitazioni e delle strade, e datore al nuovo po- polo delle leggi opportune, secon- dochè testimonia la fama, vi venne da Roma uno nobilissimo giovane della schiatta de’ Frangipani, e no- minato da tutti Eliseo; il quale per avventura, poichè ebbe la principale cosa, per la quale venuto v'era, for- nita, o dallo amore della città nuo- vamente da lui ordinata, o dal pia- cere del sito, al quale forse vide nel tuturo dovere il cielo essere favore-
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vole, o da altra cagione che sì fusse, tratto, in quella divenne perpetuo cittadino, e dietro a sè de’ figliuoli e de’ discendenti lasciò non picciola nè poco laudevole schiatta: li quali l’antico soprannome de’ loro mag- giori abbandonato, per soprannome presero il nome di colui che quivi loro avea dato cominciamento; e tutti insieme si chiamarono gli Elisei. De’ quali di tempo in tempo, e d’uno in altro discendendo, tra gli altri nacque e visse uno cavaliere per ar- me e per senno ragguardevole e va- loroso, il cui nome fu Cacciaguida; al quale nella sua giovinezza fu data da’ suoi maggiori per isposa una donzella nata degli Aldighieri di Fer- rara, così per bellezza e per costumi come per nobiltà di sangue pregiata, colla quale più anni visse, e di lei generò più figliuoli. E comecchè gli altri nominati si fussero, in uno, sic- come le donne sogliono esser vaghe di fare, le piacque di rinnovare il nome de’ suoi passati, e nominollo
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DE
Aldighieri ; comecché il vocabulo poi, per detrazione di questa lettera d corrotto, rimanesse Allighieri. Il va- lore di costui fu cagione a quelli che discesero di lui, di lasciare il titolo degli Elisei, e di cognominarsi degli Allighieri, 11 che ancora dura infino a questo giorno. Del quale, comec- chè alquanti figliuoli e nipoti e de’ mipoti figlinoli discendessero, regnan- te Federigo secondo imperatore, uno ne nacque il cui nome fu Allighierii, il quale più per la futura prole, che per sè doveva essere chiaro, e la cui donna gravida, non guari lontana al tempo del partorire, per sogno vide quale dovea essere il frutto del ventre suo; comecchè ciò non fusse allora da lei conosciuto, nè da altrui, ed oggi, per lo effetto seguito, sia manifestissimo a tutti.
Pareva alla gentile donna nel suo sogno essere sotto un altissimo al- loro, posto sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi sì sentia partorire uno figlinolo,
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il quale in brevissimo tempo nutri- candosi solo delle orbacche le quali dello alloro cadevano, e delle onde della chiara fonte, le parea che di- venisse un pastore, e s’ ingegnasse a suo potere di avere delle frondi dell’ albero, il cui frutto l'aveva nu- drito; ed a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta am- mirazione le giunse, che ruppe il sonno; nè guari di tempo passò, che il tempo debito al suo parto venne, e partorì un figliuolo, il quale di co- mune consentimento col padre di lui, per nome chiamarono Dante: e meritamente; perciocchè ottimamen- te, siccome si vedrà procedendo, se- gui al nome lo effetto. Questi fu quel Dante, del quale è il presente sermo- ne; questi fu quel Dante, che a’ no- stri secoli fu conceduto di speziale grazia da Dio; questi fu quel Dante, 1] quale primo doveva al ritorno delle Muse sbandite d’Italia, aprire la via.
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Per costui la chiarezza del fiorentino idioma è dimostrata; per costui ogni bellezza di vulgar parlare sotto de- biti numeri è regolata; per costui la morta poesia meritamente si può dire resuscitata: le quali cose debitamen- te guardate, lui niuno altro nome che Dante poter degnamente avere, e debitamente aver avuto dimostre- ranno. |
Nacque questo singulare splen- dore italico della nostra città, va- cante il romano imperio per la morte di Federigo già detto, negli anni della salutifera incarnazione del re dell’ universo MmccLxv, sedente papa Urbano IV nella cattedra di san Pie- tro, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta dico, secon- do la qualità del mondo che allora correva: ma quale che ella si fusse, lasciando stare il ragionare della sua infanzia, nella quale assai segni ap- parirono della futura gloria del suo ingegno, dico, che dal principio della sua puerizia avendo già li primi ele-
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menti delle lettere impresi, non se- condo i costumi de’ nobili odierni sì diede alle fanciullesche lascivie e agli ozii, nel grembo della madre impi- grendo, ma nella propria patria la sua puerizia con istudio continovo diede alle liberali arti, e in quelle mirabilmente divenne esperto. É cre- scendo insieme cogli anni l’animo e lo ingegno, non a’ lucrativi studi, a’ quali generalmente corre oggi cia- scuno, si dispose, ma mosso da laude- vole vaghezza di perpetua fama, sprez- zando le transitorie ricchezze, libe- ralmente si diede a voler avere piena notizia delle fizioni poetiche e dello artifizioso dimostramento di quelle. Nel quale esercizio familiarissimo di- venne di Virgilio, di Orazio, di O- vidio, di Stazio e di ciascuno altro poeta famoso; e non solamente a- vendo caro il conoscerli, ma ancora altamente cantando, s’ingegnò d’imi- tarli, come le sue opere dimostrano, delle quali a suo tempo favelleremo. E avvedendosi le poetiche opere non
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essere vane e semplici favole o ma- raviglie (come molti stolti estimano), ma sotto sè dolcissimi frutti di ve- rità istoriografe e filosofiche avere nascosi; per la qual cosa pienamente senza le istorie, e la morale e natu- rale filosofia, le poetiche intenzioni avere non sì poteano intere; par- tendo 1 tempi debitamente, le istorie da sè, e la filosofia sotto diversi dot- tori s'argomentò, non senza lungo affanno e studio, d’ intendere. E pre- so dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose racchiuse dal cielo, nè niun'altra più cara di questa tro- vandone in questa vita, lasciando del tutto ogni altra temporale sollecitudi- ne, tutto a questa sola si diede. Ed ac- ciocchè niuna parte di filosofia non vi- sta da lui rimanesse, nelle profondità altissime della teologia con acuto inge- gno sì mise; nè fu dalla intenzione lo etfetto lontano, perciocchè non curan- do nè caldi, né freddi, nè vigilie, né digiuni, nè alcuno altro corporale disagio, con assiduo studio pervenne
32 a conoscere della divina essenza e del- le altre separate intelligenze, quello che per umano ingegno qui se ne può comprendere. E così come in varie etadi varie scienze furono da lui conosciute studiando, così in vari studi sotto vari dottori le comprese. Egli i primi inizii, siccome di so- pra è dichiarato, prese nella propria patria, e di quella, siccome a luogo più fertile di tale cibo, se n’andò a Bologna; e già vicino alla sua vec- chiezza n’andò a Parigi, dove con tanta gloria di sè, disputando più volte, mostrò l’altezza del suo inge- gno, che ancora narrandosi, se ne maravigliano gli uditori. E di tanti e sì fatti studi non ingiustamente meritò altissimi titoli; perocchè al- cuni il chiamarono sempre poeta, altri filosofo, e molti teologo, men- trechè visse. Ma perciocchè tanto è la vittoria più gloriosa al vincitore, quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico essere convenevole di dimostrare, come di fluttuoso e
33 tempestoso mare costui gittato ora in qua, ora in la, vincendo le onde parimente e i venti contrari, perve- nisse al salutevole porto de’ chia- rissimi titoli già narrati.
Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozione di sollecitu- dine e tranquillità d’animo deside- rare, e massimamente gli speculativi, a’ quali il nostro Dante, siccome mo- strato è, si diede tutto. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua vita infino al- l’ultimo della morte, Dante ebbe fie- rissima ed importabile passione d’a- more, moglie, cura famigliare e pub- blica, esilio e povertà; le altre la- sciando più particolari, le quali di necessità queste si traggono dietro; le quali, acciocchè più appaia della loro gravezza, partitamente conve- nevole giudico di spiegare.
Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de’ suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de’ fiori mescolati tra ‘le verdi trondi la
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fa ridente, era usanza nella nostra città e degli uomini e delle donne nelle loro contrade, ciascuno e in distinte compagnie, festeggiare; per la qual cosa, infra gli altri, per av- ventura Folco Portinari, uomo assai orrevole in quei tempi tra’ cittadini, il primo di maggio aveva i circu- stanti vicini raccolti nella propria casa a festeggiare: infra li quali era il già nominato Allighieri, il quale, siccome i fanciulli piccioli, e spezial- mente a’ luoghi festevoli, sogliono li padri seguitare, Dante, il cui nono anno non era ancora finito, seguitato aveva. Avvenne che quivi mescolato tra gli altri della sua etade, de’ quali così maschi come femmine erano molti nella casa del festeggiante, ser- vite le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare, pue- rilmente si diede con gli altri a tra- stullare. Era infra la turba de’ gio- vanetti una figliuola del sopraddetto Folco, il cui nome era Bice (comec- chè egli sempre dal suo primitivo
35 nome, cioè Beatrice, la nominasse), la cui età era forse di otto anni, assal leggiadretta e bella secondo la sua fanciullezza, e ne’ suoi atti gen- tilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e mo- deste che il suo picciolo tempo non richiedeva; e oltre a questo, aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, ol- tre alla bellezza, di tanta onesta va-. ghezza, che quasi un’angioletta era reputata da molti. Costei adunque, tale quale io la disegno o forse assai più bella, apparve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancorachè fanciullo fusse, con tanta affezione la bella immagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno innanzi, mai, mentrechè visse, non se ne di- parti. Quale ora questa si fusse, niuno Il sa; ma, o conformità di comples- sioni o di costumi o speziale influenza del cielo che in ciò operasse, o sic-
36 come nol per isperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza dei suoni, per la generale allegrezza, per la dilicatezza de’ cibi e de’ vini, gli animi eziando degli uomini maturi non che de’ giovanetti ampliarsi e divenire atti a poter essere leggier- mente presi da qualunque cosa che piace; è certo questo esserne dive- nuto, cioè Dante nella sua pargoletta età fatto d'amore ferventissimo ser- vidore. Ma lasciando stare il ragio- nare de’ puerili accidenti, dico che con l'età multiplicarono le amorose fiamme, in tanto che niun’ altra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non 1l vedere costei. Per la qual cosa ogni altro affare lasciando, sol- lecitissimo andava là dovunque potea credere vederla, quasi del viso e degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene ed intera consolazione. Oh insensato giudizio degli aman- ti! chi altri che essi estimerebbe per aggiugnimento di stipa fare minori
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le fiamme? Quanti e quali fussero 1
| 31 pensieri, li sospiri, le lacrime e le altre passioni gravissime poi in più provetta etade da lui sostenute per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella sua Vita Nuova, e però più distesamente non curo di raccontarle. Tanto solamente non vo- glio che non detto trapassi, cioè che, secondo ch’ egli scrive e che per al- trui a cul fu noto il suo disio si ra- giona, onestissimo fu questo suo a- more, nè mai apparve o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno libidinoso appetito nè nello amante nè nella cosa amata: non picciola maraviglia al mondo presente, del quale è sì fuggito ogni onesto piacere, e abituatosi ad avere prima la cosa che piace conformata alla sua lascivia, che deliberato di amar- la, che in miracolo è divenuto, sic- come cosa rarissima, chi amasse altrimente. Se tanto amore e sì lungo potè il cibo, i sonni e ciascun’altra quiete impedire, quanto si dee po- tere estimare lui essere stato avver-
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sario alli sacri studi ed all’ ingegno? Certo non poco; comecchè molti vo- gliano, lui essere stato incitatore di quello; argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente nel fioren- tino idioma e in rima e in laude della donna amata, e acciocchè li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, già fatte da lui; ma certo io nol consento, se io non volessi già af- fermare, l’ornato parlare essere som- missima parte d’ogni scienza; che non è vero.
Come ciascuno puote evidente- mente vedere e conoscere, niuna cosa è stabile in questo mondo; e se niuna leggermente ha mutamento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbia- mo (lasciando stare gli altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non essere senza difficoltà ci conduce; nè da questo, gentilezza, ricchezza, gio- vinezza, nè altra mondana dignità è privilegiata: della quale comune leg- ge la gravità convenne a Dante pri-
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ma per l'altrui morte provare, che per la sua. Era quasi nel fine del suo ventiquattresimo anno la bellis- sima Beatrice, quando, siccome pia- que a Colui che tutto puote, essa lasciando di questo mondo le ango- sce, ne andò a quella gloria che li suoi meriti le avevano apparecchiata. Della quale partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante la- grime rimase, che molti de’ suol più congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero, altro che solamen- te la morte; e questa stimarono dover essere in breve e, vedendo lui a niuno conforto, a niuna consolazione porta- tagli, dare orecchie. Li giorni erano al- le notti eguali, ele notti a’ giorni ; del- le quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lacrime ; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intantochè i più si meravigliavano d'onde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse. Ma siccome noi veggiamo, per lunga
40 i usanza le passioni divenire agevoli a comportare, e similemente nel tem- po ogni cosa diminuire e perire; ad- divenne che Dante infra alquanti mesi apparò a ricordarsi senza la- crime Beatrice essere morta; e con più diritto giudizio, dando alquanto 11 dolore luogo alla ragione, a cono- scere li pianti e li sospiri non po- tergli, nè alcuna altra cosa rendere la perduta donna; per la qual cosa con più pazienza si acconciò a so- stenere l'aver perduto la sua pre- senza: nè guari di spazio passò, che dopo le lasciate lacrime, li sospiri (li quali erano già alla loro fine vi- cini) cominciarono in gran parte a partirsi senza tornare.
Egli ‘era già sì per lo lacrimare e sì per l’afflizione che al cuore sen- tiva dentro, e sì per lo non avere di sè alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a riguardare: magro, barbuto e quasi tutto tra- sformato da quello che avanti essere solea; intantochè il suo aspetto, non
41 che negli amici, ma eziando in cia- scun altro che il vedeva, a torza di sè metteva compassione; comecchè egli poco, mentrechè questa vita così lacrimosa durò, altrui che ad amici veder si lasciasse. Questa compas- sione e dubitanza di peggio facevano lì suoi parenti stare attenti alli suoi conforti; li quali, come alquanto vi- dero le lacrime cessate e conobbero li cocenti sospiri alquanto dare sosta al faticato petto, colle consolazioni lungamente perdute ricominciarono a sollecitare lo sconsolato; il quale, comecchè insino a quell’ ora avesse a tutte ostinatamente tenuto le orec- chie chiuse, alquanto le cominciò non solamente ad aprire, ma ad ascoltare volentieri ciò che intorno al suo con- forto gli fosse detto. La qual cosa veggendo li suoi parenti, acciocchè del tutto non solamente de’ dolori il traessino, ma il recassino in alle- grezza, ragionarono insieme di vo- lergli dar moglie; acciocchè, come la perduta donna gli era stata di
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tristizia cagione, così di letizia gli fusse la nuovamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero indut- tive, la loro intenzione gli scopri- rono. È acciocchè io particolarmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tem- po in mezzo, al ragionamento seguì l’effetto: e fu sposato.
Oh menti cieche, oh tenebrosi in- telletti, oh argomenti vani di molti mortali! Quante sono le riuscite in assal cose contrarie a’ vostri avvisi, e non senza ragione le più volte? Chi sarebbe colui che del dolce aere d’Italia, per soperchio caldo menasse alcuno nelle cocenti arene di Libia a rinfrescarsi? o dell’isola di Cipri, per riscaldarsi nelle eterne ombre de’ monti Rodopei? Qual medico si ingegnerà di cacciare l’ acuta febbre col fuoco, o ’1 freddo delle midolla dell’ ossa col ghiaccio o colla neve ? Certo niuno altro, se non colui, il
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quale con nuova moglie crederà le amorose tribolazioni mitigare. Non conoscono quelli che ciò credono fare, la natura di amore, nè quanto ogni altra passione aggiunga alla sua. In- vano sì porgono aiuti o consigli alle sue forze, s’egli ha ferma radice presa nel cuore di colui che ha lun- gamente amato. Così come ne’ prin- cip) ogni picciola resistenza è gio- vevole, così nel processo le grandi sogliono essere spesse volte dannose. Ma da ritornare è al proposito, e conchiudere al presente che cose sie- no, le quali per sè possano le amo- rose fatiche far obliare.
Che avrà fatto però chi per trarmi d’uno pensiere noioso, mi metterà in mille molto maggiori e di più nola? Certo niun’altra cosa, se non che per giunta del male che mi avrà fatto, mì farà desiderare di tornare in quello, onde egli mi aveva tratto; il che assai spesso veggiamo addi- venire a' più, li quali o per uscire Ò per essere tratti da alcune fatiche,
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ciecamente o s’ammogliano o sono da altrui ammogliati; nè prima si veggono d’uno viluppo usciti, esser entrati in mille ; chè la pruova, senza potere pentendosi in dietro tornare, ne ha data esperienza. Dierono li pa- renti e gli amici moglie a Dante, perchè le lacrime cessassero di Bea- trice: non so se per questo, comec- chè le lacrime passassino, anzi forse erano passate, si passò l’ amorosa fiamma; che non lo credo; ma, con- ceduto che si spegnesse, nuove cose ed assai poterono sopravvenire più fa- ticose. Egli, usato di vegghiare ne’ santi studi, quante volte a grado gli era, cogli imperadori, co’ re e con qua- lunque altri altissimi principi ragiona- va, disputava co’ filosofi, e co’ piace- volissimi poeti si dilettava, e le altrui angosce ascoltando, mitigava le sue. Ora, quanto alla nuova donna piace, è con costoro, e quel tempo ch’ ella vuole tolto da così celebre compa- gnia, gli conviene li femminili ra- gionamenti ascoltare, e quelli, se, non
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vuol crescere la noia, contro il suo piacere non solamente acconsentire, ma lodare. Egli, costumato, quante volte la vulgare turba gli rincrescea, di ritrarsi in alcuna solitaria parte, e quivi speculando, vedere quale spirito muove il cielo, onde venga la vita agli animali che sono in terra, quali sieno le cagioni delle cose; o premeditare alcune invenzioni pere- grine o alcune cose comporre, le quali appo li futuri facessero lui morto vivere per fama; ora non so- lamente dalle contemplazioni dolci è tolto quante volte voglia ne viene alla nuova donna, ma gli conviene essere accompagnato di compagnia male a così fatte cose disposta. Egli usato liberamente di ridere, di pian- gere, di cantare o di sospirare, se- condochè le passioni dolci o amare il pungevano; ora egli non osa, 0 gli conviene non che delle maggiori cose, ma d’ ogni picciolo sospiro ren- dere alla donna ragione, mostrando che ’1 mosse, donde venne e dove
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andò; la letizia, cagione dello altrui amore, la tristizia essere del suo odio estimando.
Oh fatica inestimabile avere con così sospettoso animale a vivere, a conversare, ed ultimamente ad in- | vecchiare o a morire! Io voglio la- sciare stare la sollecitudine nuova e gravissima, la quale si conviene avere a’ non-usati e massimamente nella nostra città; cioè, onde ven- gano i vestimenti, gli ornamenti e le camere piene di superflue dilica- tezze, le quali le donne si fanno a credere essere al ben vivere oppor- tune; onde vengano li servi, le serve, le nutrici, le cameriere; onde vengano i conviti, i donì e i presenti che far si convengono a’ parenti delle novelle spose, a quegli che vogliono che esse credano da loro essere amate; e ap- presso queste, altre cose assai prima non conosciute da’ liberi uomini; e venire a cose che fuggire non sì pos- sono. Chi dubita che della sua donna, sia bella o non bella, non caggia
47 il giudicio nel vulgo? se bella fia reputata, chi dubita ch’essa subita- nente non abbia molti amadori, de’ quali alcuno colla sua bellezza, altri colla sua nobilità, e tale con mara- vigliose lusinghe, e chi con doni, e quale con piacevolezza infestissima- mente combatterà il non stabile a- nimo ?.E quello che molti desiderano, malagevolmente da alcuno si difende, ed alla pudicizia delle donne non bisogna d’essere presa più che una volta, a fare sè infame, e’ mariti do- lorosi in perpetuo. Se per isciagura di chi a casa la si mena, fia sozza; assai aperto veggiamo le bellissime spesse volte e tosto rincrescere; che dunque delle altre pensare possiamo, sé non che, non che esse, ma ancora ogni luogo nel quale esse sieno cre- dute trovare da coloro, ai quali sem- pre le conviene aver per loro, è avuto in odio? Onde leTloro ire nascono; nè alcuna’ fiera è più nè tanto cru- dele, quanto la femmina adirata; nè può vivere sicuro di sè, chi sè com-
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mette ad alcuna, alla quale paia con ragione essere corrucciata; che pare a tutte.
Che dirò de’ loro costumi? Se 1 vorrò mostrare come e quanto ess sieno tutti contrari alla pace e d ‘ riposo degli uomini, io tirerò in trop- po lungo sermone il mio ragionare: e però uno solo, quasi a tutte ge- nerale, basti averne detto. Esse in- maginano il bene operare ogni me- nomo servo nella casa ritenere, e ’l contrario farli cacciare; perchè eti- mano, se bene fanno, non altra sarte essere la loro che di uno servo; per- chè allora par solamente loro essere donne, quando male adoperando, non vengano al fine che i fanti fanno. Perchè voglio 10 andare particolar mente dimostrando quello che 1 pù sanno? io giudico che fia meglio il tacersi che dispiacere, parlando, alle vaghe donne. Chi non sa, che tutte le altre cose si pruovano prima che colui, da cui debbono essere com- perate, le prenda, se rion la moglie, ©
49 acciocchè prima non dispiaccia, che sia menata? A ciascuno che la pren- da, la conviene avere non tale quale egli la vorrebbe, ma quale la fortuna gliela concede. E se le cose che di sopra son dette sono vere (che il sa chi provate l’ha), possiamo pensare quanti dolori nascondano le camere, le quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacità trapassi le mura, sono riputate diletti. Certo io non affermo queste cose a Dante essere addivenute; chè non lo so; comecchè vero sia che cose simili a queste, o altre che ne fussino cagione, egli una volta da lei partitosi che per consolazione de’ suoi affanni gli era. stata data, mai nè dove ella fusse volle venire, nè sofferse che dove egli fusse, ella venisse giammai; con- tuttochè di più figliuoli egli insieme con lei fosse parente. Nè creda al-. cuno che io per le sopraddette parole voglia conchiudere, gli uomini non dover torre moglie; anzi il lodo molto, ma non.a ciascuno. Lascino i filoso-
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50 fanti lo sposarsi a’ ricchi stolti, a signori e a’ lavoratori; ed essi colla filosofia si dilettino, la quale è molto migliore sposa che alcuna altra. Natura generale è delle cose tem- porali, l’ una l’altra tirarsi dirieto. La famigliare cura trasse Dante alla repubblica, nella quale tanto lo av- vilupparono i vani onori che a’ pub- blici uffizi congiunti sono, che senza guardare d’onde s’ era partito e dove andava, con abbandonate redini quasi al tutto al governo di quella si diede; e fugli in ciò tanto la fortuna se- conda, che niuna legazione si ascol- tava, a niuna sì rispondeva, niuna legge si fermava, niuna se ne arro- gava, niuna pace si faceva, niuna guerra pubblica s’° imprendeva, e bre- vemente, niuna deliberazione la quale alcuno pondo portasse si pigliava, se egli in ciò non dèsse in prima la sua sentenza. In lui tutta la pubblica fede, in lui ogni speranza, in lui som- mariamente le divine cose e le umane pareano essere fermate. Ma la for-
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ol
tuna nimica de’ nostri consigli e vol- gitrice d’ ogni umano stato, comecchè per alquanti anni nel colmo della sua rota gloriosamente reggendo 1l tenesse, assai diverso fine al princi- pio arrecò a lui, in lei fidantesi di soperchio.
Era al tempo di costui la fioren- tina cittadinanza in due parti per- versissimamente divisa, e colle ope- razioni di sagacissimi ed avveduti principi di quelle, era ciascuna pos- sente assal; intantochè alcuna volta l’una, o alcuna volta l’altra reggeva oltre al piacere della sottoposta. A voler riducere ad unità il partito cor- po della sua repubblica, pose Dante ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio, mostrando a’ cittadini più savi, come le gran cose per la di- scordia in breve tempo tornano al niente, e le picciole per la con- cordia crescono in infinito. Ma poi- chè vide vana essere la sua fatica, e conobbe gli animi degli uditori essere ostinati (temendolo giudicio
52 ] di Dio) prima propose di lasciare del tutto ogni pubblico uffizio e vi- vere seco privatamente; poi dalla dolcezza della gloria tirato, e dal vano favore popolesco ed anche dalle persuasioni de’ maggiori; credendosi, oltre a questo, se tempo gli occor- resse, molto più di bene poter ope- rare per la sua città, se nelle cose pubbliche fosse grande, che esser privato e da quelle del tutto rimosso (oh stolta vaghezza degli umani splen- dori, quanto sono le tue forze mag- giori, che credere non può chi pro- vato non l’ha!); il maturo uomo nel santo seno della filosofia allevato, nutricato e ammaestrato: al quale erano davanti agli occhi li cadimenti dei re antichi e dei moderni, le de- solazioni dei reami, delle province e delle cittadi, e li furiosi impeti della fortuna; niuno altro cercante che le alte cose; non si seppe e non sì potè dalla sua dolcezza guardare. Fermossi adungque Dante a voler seguire gli onori caduchi e la vana
53 pompa de’ pubblici uffici; e veggendo che per sè medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale giu- stissima la ingiustizia delle altre due abbattesse, tornandole ad unità; con quella si accostò, nella quale, secondo il suo giudicio, era più di ragione e di giustizia; operando continova- mente ciò che salutevole alla sua patria e a’ suoi cittadini conosceva. Ma gli umani consigli il più delle volte rimangono vinti dalle forze del cielo; gli odii e le nimistadi prese, ancorachè senza giusta cagione fus- sino nate, di giorno in giorno dive- nivano maggiori, intantochè non sen- za grandissima confusione de’ citta- dini, più volte sì venne all’ arme con intendimento di por fine alle loro liti col fuoco e col ferro: sì accecati dall’ ira, che non vedevano sè con quella miseramente perire. Ma poichè ciascuna delle due parti ebbe più volte fatto pruova delle sue forze con vicendevoli danni dell’ una e del- l’altra parte, venuto il tempo che
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gli occulti consigli della minacciante fortuna si dovevano scoprire; la fa- ma, parimente del vero e del falso rapportatrice, nunziando gli avversa- ri della parte presa da Dante, di maravigliosi e di astuti consigli esser forte e di grandissima moltitudine di armati, sì li principi de’ collegati di Dante spaventò, che ogni consi- glio, ogni avvedimento e ogni argo- mento cacciò da loro, se non il cer- care con fuga la loro salute; co’ quali insieme, Dante in un momento pro- strato dalla sommità del reggimento della sua città, non solamente git- tato in terra si vide, ma cacciato di quella. Dopo questa cacciata non molti di, essendo già stato dal popo- lazzo corso alle case de’ cacciati, e furiosamente vòtate e rubate, poichè 1 vittoriosi ebbono la città riformata secondo il loro giudicio, furono tutti ì principi de’ loro avversarii, e con loro non come dei minori, ma quasi come de’ principali, Dante, siccome capitali nimici della repubblica dan-
DÒ nati a perpetuo esilio, e li loro sta- bili beni o in pubblico furono ven- duti, o alienati a’ vincitori.
Questo merito riportò Dante del tenero amore avuto alla sua patria! questo merito riportò Dante dello affanno avuto in voler tòrre via le discordie cittadine! questo merito riportò Dante dello avere con ogni sollecitudine cercato il bene, la pace e la tranquillità de’ suoi cittadini ! perchè assai manifestamente appare quanto sieno vòti di verità i favori de’ popoli, e quanta fidanza si possa in essi avere. Colui, nel quale poco avanti pareva ogni pubblica speranza essere posta, ogni affezione cittadi- nesca, ogni rifugio popolare; subi- tamente, senza cagione legittima, sen- za offesa, senza peccato, da quel romore, il quale per lo addietro si era molte volte udito le sue lode portare sino alle stelle, è furiosa- mente mandato in irrevocabile esilio. Questa la marmorea statua fattagli ad eterna memoria della sua virtù!
56 Con queste lettere fu il suo nome tra quelli de’ padri della patria scrit- to in tavole d’oro! Con così favo- revol romore gli furono rendute gra- zie de’ suoi benefici! Chi sarà dun- que colui, che a queste cose guar- dando, non dica la nostra repubblica da questo piede andare sciancata? Oh vana fidanza de’ mortali! da quanti esempli altissimi se’ tu con- tinovamente ripresa, ammonita e ga- stigata! Deh se Camillo, Rutilio, Co- riolano, l'uno e l’altro Scipione, e gli altri antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti sono della memoria caduti, questo recente caso ti faccia con più tem- perate redini correre ne’ tuoi pia- ceri. Niuna cosa ha meno stabilità che la popolesca grazia; niuna più pazza speranza; niuno più tolle con- siglio che quello che a crederle con- forta nessuno. Levinsi dunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge, ne’ cui eterni splendori. nella cui vera bellezza si potrà senza al-
| 5° cuna oscurità conoscere la stabilità di Colui che le une e le altre cose con ragione muove; acciocchè, sicco- me in termine fisso, lasciando le tran- sitorie cose, in lui si fermi ogni no- stra speranza, se trovare non ci vo- gliamo ingannati. | Uscito adunque Dante in cotale maniera di quella città, della quale egli non solamente era cittadino, ma n’erano li suoi maggiori stati reedi- ficatori, e lasciatavi la sua donna, insieme coll’ altra famiglia, male per picciola età alla fuga disposta (di lei non sì curò, perciocchè di consan- guinità la sapeva ad alcuno dei prin- cipi della parte avversa congiunta), di sè medesimo, or qua or là incerto andava vagando per Toscana. Era alcuna particella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote dalla cittadina rabbia stata con fa- tica difesa, de’ frutti della quale essa sè e li piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva : per la qual cosa povero, con industria disusata gli
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conveniva il sostentamento di sè me- desimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni gli convenne posporre, a lui più duri che morte a trapassare! Promettendogli la speranza quelli dover essere brievi, e prossima la tornata, egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala n’era ito dal quale benignamente era stato rice- vuto), quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Mo- rovello Malaspina in Lunigiana, quan- do con quelli della Faggiuola ne’ monti vicino ad Urbino, assaifcon- venevolmente, secondo il tempo e secondo la loro possibilità, onorevol- mente si stette. Quindi poi se n’andò a Bologna, dove poco stato, se ne andò a Padova, e quindi da capo se ne tornò a Verona. Ma poiché vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e più di dì in dì divenire vana la sua speranza, non solamente Toscana, ma tutta Italia abbandonata,
59 passati 1 monti che quella dividono dalle province di Gallia, come potè, se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della teologia e della filosofia, ritornando ancora in sè delle altre scienze ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se n’era partito. E in ciò il tempo stu- diosamente spendendo, avvenne che oltre al suo avviso Arrigo, conte di Luzimburgo, con volontà e mandato di Clemente papa quinto, il quale allora sedeva, fu eletto in re de’ Romani, e appresso coronato impe- radore. Il quale sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla sua maestà in parte ribella, e già con potentissimo braccio tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dover essere vincitore; prese speranza colla sua forza e colla sua giustizia di potere in Firenze tornare, comecchè a lui la sentisse contraria. Perchè ripassate le Alpi con molti nimici de’ Fiorentini e di loro parte congiuntosi, e con amba-
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scerie e con lettere s’'ingegnarono di tirare l’imperadore dallo assedio di Brescia, acciocchè a Fiorenza il ponesse, siccome a principale mem- bro de’ suoi nimici; mostrandogli che, superata quella, niuna fatica gli restava, o picciola, ad avere libera ed espedita la possessione e il do- minio di tutta Italia. E comecchè a lui e agli altri a ciò attenenti ve- nisse fatto il trarloci, non ebbe però la sua venuta il fine da loro avvi- sato: le resistenze furono grandis- sime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano; perchè, senza avere niuna notevole cosa operato, lo imperadore, partitosi quasi dispe- rato, verso Roma dirizzò il suo cam- mino. E comecchè in una parte e in altra più cose facesse, assai ne ordinasse e molte di fare ne propo- nesse, ogni cosa ruppe la troppo avacciata morte di lui: per la qual morte generalmente ciascuno che a lui attendeva disperatosi, e massima- mente Dante, senza andare di suo
61 ritorno più avanti cercando, passate le alpi di Apennino se ne andò in Romagna, là dove l’ultimo suo dì, e che alle sue fatiche dovea por fine, lo aspettava.
Era in que’ tempi signore di Ra- venna, famosissima e antica città di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novello da Po- lenta; il quale ne’ liberali studi am- maestrato, sommamente i valorosi uo- mini onorava, e massime quelli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui orecchie venuto, Dante fuori d’ogni speranza essere in Romagna (avendo egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta disperazione, si dispose di ri- . ceverlo e di onorarlo. Nè aspettò di ciò da lui essere richiesto, ma con liberale animo, considerato quale sia a’ valorosi la vergogna del doman- dare, con proferte gli si fe’ davanti, richiedendo di speciale grazia a Dan- te, quello ch'egli sapeva che Dante doveva a lui domandare; cioè che
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seco gli piacesse di dover essere. Concorrendo adunque i due voleri a uno medesimo fine, e del doman- dato e del domandatore, e piacendo sommamente a Dante la liberalità del nobile cavaliere, e da altra parte il bisogno strignendolo; senza aspettare più inviti che ’1 primo, se n’andò a Ravenna, dove onorevolmente dal signore di quella ricevuto fu, e con piacevoli conforti, risuscitata la ca- duta speranza, copiosamente le cose opportune donandogli, in quella seco per più anni il tenne, anzi insino al- l’ultimo della vita sua.
Non poterono gli amorosi desiri, nè le dolenti lacrime, nè la solleci- tudine casalinga, nè la lusinghevole gloria de’ pubblici officii, nè il mi- serabile esilio, nè la intollerabile povertà giammai colle loro forze ri- muovere il nostro Dante dal princi- pale intendimento, cioè da’ sacri studi; perocchè, siccome si vedrà dove appresso partitamente delle o- pere da lui fatte si farà menzione,
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egli nel mezzo di qualunque fu più fiera delle passioni sopradette, si tro- verà componendo essersi esercitato. E se inimicato da tanti e sì fatti avversari, quanti e quali di sopra sono stati mostrati, egli per forza d’ingegno e di perseveranza riuscì chiaro, qual noi veggiamo; che sì può sperare ch’esso fusse divenuto, avendo avuto altrettanti alutatori, o almeno niuno contrario, o pochissi- mi, come hanno molti? Certo io non so; ma se lecito fusse a dire, io di- rei che egli fusse in° terra divenuto uno Iddio.
Abitò dunque Dante in Ravenna tolta via ogni speranza del ritornare mai in Firenze, comecchè tolto non fusse il disio) più anni sotto la pro- tezione del grazioso signore; e quivi colle dimostrazioni sue fece più sco- lari in poesia e massimamente nella, vulgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo non altrimenti tra noi italici esaltò e recò in pre- gio, che la sua Omero tra’ Greci o
64 Virgilio tra’ Latini. Davanti da co- stui, comecchè per poco spazio di anni innanzi si creda che trovata fusse, niuno fu che sentimento o ar- dire avesse (dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estre- me in fuori) di farla essere strumento di alcuna artificiosa materia; anzi «solamente in leggerissime cose di a- more con essa si esercitavano. Co- stui mostrò con effetto, con essa ogni alta materia potersi trattare, e glo- rioso sopra ogni altro fece il vulgar nostro. n +
Ma poichè la sua ora venne se- gnata a ciascheduno, essendo egli già nel mezzo o presso del cinquan- tesimo sesto suo anno infermato, e secondo la religione cristiana ogni ecclesiastico sagramento umilemente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione di ogni cosa com- messa da lui contro il voler suo, sic- come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cri- sto 1321, nel dì che la esaltazione
65 della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non senza grandissimo do-. lore del sopraddetto Guido, e gene- ralmente di tutti gli altri cittadini ravegnani, al suo Creatore rendè il faticato spirito; il quale non dubito che ricevuto non fusse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, colla quale nel cospetto di Colui ch'è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicità fine giammai non sl aspetta.
Fece il magnifico cavaliere il morto corpo di Dante di ornamenti poetici sopra un funebre letto ador- nare; e quello fatto portare sopra gli omeri ‘de’ suoi cittadini più so- . lenni, insino al luogo de’ Frati Mi- nori in Ravenna, con quello onore che a sì fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con pubblico pianto il seguitò e in un’ arca lapidea, nella quale ancora giace, il fece riporre. E tornato nella casa nella quale Dante era prima abitato, secondo il rave-
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gnano costume, esso medesimo sì a commendazione dell’alta scienza e della virtù del defunto, e sì a con- solazione de’ suoi amici, lì quali e- gli aveva in amarissima vita lasciati, fece uno ornato e lungo sermone; disposto, se lo stato e la vita fussi- no durati, di sì egregia sepoltura onorarlo, che se mai alcuno altro suo merito non lo avesse memorevole renduto a’ futuri, quella lo avrebbe fatto.
Questo laudevole proponimento infra brieve spazio fu manifestato ad alquanti, li quali in quel tempo era- no in poesia solennissimi in Romagna; sicchè ciascuno sì per mostrare la sua sufficienza, sì per rendere testi- monianza della portata benevolenza da loro al morto poeta, sì per ac- cattare la grazia, e l’amore del si- gnore, il quale sapevano ciò deside- rare, ciascuno per sè fece versi, li quali posti per epitaffio alla futura sepoltura, con debite lodi facessino la posterità certa chi dentro ad essa
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giacesse; ed al magnifico signore gli mandarono, il quale per gran pec- cato della fortuna non dopo molto tempo, toltogli lo stato, si morì a Bologna; per la qual cosa e ’1 fare il sepolcro e ’1 porvi li mandati ver- sì sì rimase. Li quali versi stati a me mostrati poi più tempo appresso, e veggendo loro non avere avuto luogo per lo caso già dimostrato, pensando le presenti cose per me scritte, comecchè sepoltura non sie- no corporale, ma sieno, siccome quel- la sarebbe stata. perpetue conserva- trici della colui memoria; immaginai non essere sconvenevole quelli ag- giugnere a queste cose. Ma perciocchè più che quelli che l’ uno di loro a- vesse fatti (che furono più) non si sarebbono nei marmi intagliati, così solamente quelli d’un solo qui esti- mai che fussero da scrivere; perchè tutti meco esaminatigli, e per arte e per intendimento più degni estimai che tussero quattordici fattine dal maestro Giovanni del Virgilio da
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Bologna, allora famosissimo e gran poeta, e di Dante stato singolarissi- mo amico: li quali sono questi ap- presso scritti:
Theologus Dantes, nullius dogmatis expers, Quod foveat claro philosophia sinu : (iluria musarum, vulgo gratissimus auctor
Hic iacet. et fama pulsat utrumque po- [Cum : Qui loca defuncetis gelidis regnumque ge- [mellum Distribuit, loicis. rhetoricisque: modis. Pascua Pieriis demum resonabat avenis; Atrops heu latum livida rupit opus. Huic ingrata tulit tristem Florentia fruc- [fum, Exilium vati patria cruda suo. Quem pia Guidonis gremio Ravenna No- i [velli - Gaudet honorati continuisse ducis. Mille trecentenis ter septem Numinis annis Ad sua septembris idibus astra redit. (1)
Ol ingrata patria, quale demenza, quale trascuraggine ti tenea, quando tu il tuo carissimo cittadino, il tuo benetattore precipuo, il tuo unico poeta con crudeltà disusata mettesti
A
(1) V. nota A in fine di questa e Vita »,
| 69 in fuga, e poscia tenuta t'ha? Se forse per la comune furia di quel tempo mal consigliata ti scusi, chè tornata, cessate le ire, la tranquillità dell'animo, e pentutati del fatto, nol rivocasti ? Deh non t’ incresca lo sta- re con meco, che tuo figliuolo sono, alquanto a ragionare, e quello che giusta indignazione mi fa dire, co- me da uomo che tu ammendi desi- dera e non che tu sia punita, piglie- ral. Parti egli essere gloriosa di tanti titoli e di tali, che tu quello uno del quale non hai vicina città che di si- mile si possa esaltare, tu abbi volu- to da te cacciare? Deh, dimmi, di qua’ vittorie, di qua’ trionfi, di qua- li eccellenze, di quali valorosi citta- dini se’ tu splendente ? Le tue ric- chezze, cosa mobile e incerta: le tue bellezze, cosa fragile e caduca; le tue delicatezze, cosa vituperevole e temminile, ti fanno nota nel falso giudicio de’ popoli, il quale più ad apparenza che ad esistenza sempre riguarda. Deh gloriera’ ti tu de’ tuoi
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mercatanti e de’ molti artefici, d’on- de tu se’ piena ? Scioccamente farai. L’ uomo fa, continovamente l’ avari- zia operando, mestiere servile; l’arte, la quale un tempo nobilitata fu da- gli ingegni, intantochè una seconda natura la feciono, dall’ avarizia me- desima è oggi corrotta e niente vale. Gloriera’ ti tu della viltà e ignavia di coloro, li quali, perciocchè di mol- ti loro avoli si ricordano, vogliono dentro di te della nobiltà ottenere il principato, sempre con ruberie, con tradimenti e con falsità contra quella operanti? vana gloria sarà la tua, e da coloro, le cui sentenze han- no fondamento debito e stabile fer- ,mezza, schernita. Ahi, misera madre, apri gli occhi e guarda con alcuno rimordimento quello che tu facesti: e vergognati almeno, essendo repu- tata savia come tu se’, di avere avuta ne’ falli tuoi falsa elezione! (!) Deh, NO) Ora collosmani il 13 settembre 1908, risplende sulla tomba di Dante a Ravenna, alimentata dal-
l’ olio che Firenze maternamente invia, un' eter- na lampada votiva, dono della Società Dantesca
c1 se tu da te non avevi tanto consi- glio, perchè non imitavi tu gli atti di quelle città, le quali ancora per le loro laudevoli opere sono famose? Atene, la quale fu l’ uno degli occhi di Grecia, allorachè in quella era la monarchia del mondo, per iscienza e per eloquenza splendida parimente e per milizia; Argo ancora, pomposa per li titoli de’ suoi re: Smirne, a noi in perpetuo reverenda per Nicco- ‘laio suo pastore; (') Pilos, notissima per lo suo vecchio Nestore; Chios, e Colofon, città splendidissime per addietro, tutte insieme, qualora più gloriose furono, non si vergognaro- no, nè dubitarono di avere agra qui- stione della origine del divino poe- ta Omero, affermando ciascuna, lui di sè averla tratta: e sì ciascuna fece con argomenti forte la sua in- tenzione, che ancora la quistione vi-
fiorentina; e l’ olio si conserva nell’ artistica am-
polla d’argento che la regione Giulia, auspice
Trieste, offerse. (V. nella « Lettura » tasc. di set-
tembre 1908, 1’ articolo del prof. G. L. Passerini). (1) S. Niccolò detto di Bari.
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ve: né è certo d'onde e’ si fusse, perchè parimente di cotal cittadino così l'una come l’altra si gloria. E Mantova, nostra vicina, di quale al- tra cosa le è più alcun’ altra fama rimasa, che lo essere stato Virgilio mantovano, il cui nome hanno anco- ra in tanta reverenza, ed è sì appo tutti accettevole, che non solamente ne’ pubblici luoghi, ma ancora in molti privati sì vede la sua imma- gine effigiata: mostrando in ciò che non ostante che "1 padre di lui fusse lutifigolo, (') esso di tutti loro sia stato nobilitatore ? Sulmona di Ovi- dio, Venosa di Orazio, Aquino di Giovenale, e altre molte, ciascuna si gloria del suo e di loro sufficienza fanno quistione. L'esemplo di que- ste non ti era vergogna di seguitare: le quali non è verisimile senza ca- gione essere state e vaghe e tènere di così fatti cittadini. Esse conobbe- ro quello che tu medesima potevi conoscere, e puol: cioè che le costo-
(1) Vasaio.
I 73 ro perpetue operazioni sarebbono an- cora dopo la loro ruiia ritenitrici eterne del nome loro: così come al presente divulgate per tutto il mon- do le fanno conoscere a coloro che non le videro mai. Tu sola, non so da quale cecità adombrata, hal vo- luto tenere altro cammino, e. quasi molto da te lucente, di questo splen- dore non hai curato: tu sola, quasi i Cammilli, 1 Publicoli, 1 Torquati, i Fabrizi, i Catoni, i Fabi e gli Sci- pioni colle loro magnifiche opere ti facessero famosa e in te fussero, non solamente, avendoti lasciato il tuo antico cittadino Claudiano cader del- le mani, non hai avuto del presente poeta cura, ma l'hai da te cacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo soprannome. Io non posso tuggire di vergognarmene in tuo servigio. Ma ecco, non la fortu- na, ma il corso della natura delle cose è stato al tuo disonesto appe- tito favorevole in tanto, in quanto quella che tu volentieri bestialmente
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bramosa avresti fatto se nelle mani ti fusse venuto, cioè uccisolo, egli colla sua eterna legge l’ ha operato. Morto è il tuo Dante Allighieri in quello esilio che tu ingiustamente del suo valore invidiosa gli desti. Oh peccato da non ricordare, che la madre alle virtù di alcun suo fi- gliuolo porti livore! Ora adunque se’ di sollecitudine libera, ora per la morte di lui vivi ne’ tuoi difetti sicura, e puoi alle tue lunghe e in- giuste persecuzioni por fine. Egli non ti può fare, morto, quello che egli mai vivendo non ti avria fatto: egli giace sotto altro cielo che sotto il tuo, nè più dei aspettare di ve- derlo giammai, se non quel dì, nel quale tutti li tuoi cittadini vedere potrai, e le loro colpe da giusto giu- dice esaminate e punite.
Adunque se le ire, gli odit'e le inimicizie cessano per la morte di qualunque è che muoia, come sì cre- de, comincia a tornare in te mede- sima, e nel tuo diritto conoscimento
(5 comincia a vergognarti di avere fat- to contra la tua antica umanità; co- mincia a voler apparere madre e non più inimica; concedi le debite lacri- me al tuo figliuolo; concedigli la ma- ‘terna pietà; e colui il quale tu ri- fiutasti, anzi cacciasti vivo siccome sospetto, desidera almeno di riaverlo morto; rendi la tua cittadinanza, il tuo seno, la tua grazia alla sua me- moria. In verità quantunque tu a lui ingrata e proterva fussi, egli sempre come figliuolo ebbe te in reverenza nè mai di quello onore che per le sue opere seguir ti doveva, volle privarti, come tu lui della tua citta- dinanza privasti. Sempre fiorentino, quantunque l’ esilio fusse lungo, sì nominò e volle essere nominato, e sempre ad ogni altra ti prepose, sem- pre ti amò. Che adunque fara? sta- rai sempre nella tua iniquità ostina- ta? sarà in te meno di umanità che ne’ barbari, li quali troviamo non solamente avere li corpi delli loro morti raddomandati, ma per riaverlì
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essersi virilmente disposti a morire? Tau vuogli che ’1 mondo creda te essere nipote della tamosa Troia e figliuola di Roma: certo i figlinoli debbono essere a’ padri e agli avoli simiglianti. Priamo nella sua miseria non solamente raddomando il corpo del morto Ettore, ma quello con al- trettanto oro ricomperò. Li Romani, secondo che alcuni pare che credano, feciono da Linterno venire le ossa del primo Scipione, da lui a loro con ragione nella sua morte vietate. E comecchè Ettore fusse colla sua pro- dezza lunga difesa de’ Troiani, e Scipione non solamente liberatore di Roma, ma di tutta Italia ( delle qua- li due cose forse così propriamente niuna si può dire di Dante), egli non è perciò da posporre; niuna volta fu mai che le armi non desse- ro luogo alla selenza. 1) Ne tu pri- micramente, e là dove sarla pm con- venuto, VP esemplo e le opere deile
(1) Dante però combattè per la suna Firenze a Campaldino,
(H| savie cittadi non imitasti, ammenda al presente, seguendole. Niuna delle sette predette fu che o vera o fitti- zia sepoltura non facesse ad Omero. E chi dubita che i Mantovani, li quali ancora in Pietola onorano la povera casetta e i campi che furono di Virgilio, non avessero a lui fatta onorevole sepoltura, se Ottaviano Augusto, 11 quale da Brandizio a Napoli le sue ossa aveva trasportate, non avesse comandato quel luogo dove poste le aveva, voler loro es- sere perpetua requie ? Sulmona niu- na altra cosa pianse lungamente, se non che l’ isola di Ponto tenga in incerto luogo il suo Ovidio; e così di Cassio, Parma si rallegra tenen- dolo. Cerca tu adunque di voler essere del tuo Dante guardiana, rad- domandandolo: mostra questa umani- tà, presupposto che tu non abbia vo- glia di riaverlo: togli a te medesima con questa finzione parte del biasi- mo per addietro acquistato, raddo- mandandolo. lo sono certo ch'egli
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non ti fia renduto; e ad un'ora ti sarai mostrata pietosa, e goderai, non riavendolo, della tua innata cru- deltade. Ma a che ti conforto io? Appena che io creda, se i corpi mor- ti possono alcuna cosa sentire, che quello di Dante si potesse partire di là dov'è, per dovere a te ritor- nare. Egli giace con compagnia assai più laudevole che quella che tu gli potessi dare. Egli giace in Ravenna, molto più per età veneranda di te; e comecchè la sua vecchiezza alquan- to la renda deforme, ella fu nella sua giovinezza troppo più florida chè tu non se’. Ella è quasi un generale sepolcro di santissimi corpi, e nes- suna parte in essa si calca, dove su er reverendissime ceneri non sì va- da. Chi adunque desidererebbe di ritornare a te per dover giacere fra le tue, le quali sì può credere che ancora serbino la rabbia e la iniqui- tà nella vita avute, e male concordi insieme si fuggano l’una dall’ altra, non altrimenti che facessero le fiam-
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me de’ due Tebani? E comecchè Ravenna già quasi tutta del prezio- so sangue di molti martiri sì bagnas- se, e oggi con reverenza serbi le loro reliquie, e similemente i corpi di molti magnifici imperadori e di alti uomini chiarissimi e per antichi avoli e per opere virtuose, ella non si rallegra poco d’esserle stato da Dio, oltre alle altre sue doti, conce- duto di essere perpetua guardiana di così fatto tesoro, com'è il corpo di colui, le cui opere tengono in ammirazione tutto il mondo, e del quale tu non ti se’ saputa far degna. Ma certo e’ nor. è tanta l’allegrez- za di averlo, quanta l’invidia ch’ el- la ti porta che tu t’intitoli della sua origine, quasi sdegnando che dove ella sia per l’ultimo dì di lui ricordata, tu allato a lei si nomi- nata per lo primo. E perciò colla tua ingratitudine ti rimani, e Ra- venna de’ tuoi onori lieta si glorii tra’ futuri.
Cotale, quale disopra è dimostra-
80 to, fu a Dante la fine della vita fati- cata da’ varil studì; e perciocchè assai convenevolemente le sue fiamme, la sua familiare cura e la pubblica sollecitudine e il miserabile esilio e la fine di lui, mi pare avere secondo ‘la mia promessa mostrato; giudico sia da pervenire a mostrare della statura del corpo e dell’ abito, e ge- neralmente de’ più notabili modi servati nella sua vita da lui; da quel- li poi immediatamente venendo alle opere degne cdi nota, compilate da esso nel tempo suo, infestato da tan- ta turbine quanta di sopra breve- mente è dichiarato. Fu adungque questo nostro poeta di mediocre statura, e poichè alla matura età fu pervenuto, ando al- quanto curvetto, ed era il suo anda- re grave e mansueto, di onestissimi panni sempre vestito in quello abito
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ch'era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e ’1 naso aqui- lino, e gli occhi anzi grossi che pic- cioli, le mascelle grandi, e dal labbro
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di sotto era quel di sopra avanzato: e ’1 colore era bruno, e’ capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sem- pre nella faccia maninconico e pen- soso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo già divul- gata per tutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Commedia, la quale egli intitola Inferno, ed esso conosciuto da molti uomini e donne), che pas- ‘sando egli davanti a una porta dove più donne sedeano, una di quelle pianamente, non però tanto che be- ne da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’ altre donne: Vedete colui che va nell’ inferno, e torna quando gli piace, e quassù reca novelle di coloro che laggiù sono? Alla quale una dell’altre ri- spose semplicemente: In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’ egli ha la barba crespa e ’1 colore bruno per lo caldo e per lo fumo che è laggiù? Le quali parole egli udendo dire dietro a sè, e conoscendo che
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da pura credenza delle donne veni- vano, piacendogli, e quasi contento ch’esse in cotale opinione fussero, sorridendo alquanto, passò avanti. Ne’ costumi pubblici e domestichi, mirabilmente fu composto e ordina- to, e in tutti più che alcun altro cortese e civile. Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sì in prenderlo al- l’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità quel pren- dendo: nè alcuna golosità ebbe mai più in uno che in un altro: i dilicati lodava, e il più si pasceva de’ grossi, oltremodo biasimando co- loro, li quali gran parte del loro studio pongono e in avere le cose elette, e quelle fare con somma di- ligenza apparecchiare; affermando, questi cotali non mangiare per vi- vere, ma piuttosto vivere per man- giare. Niuno altro fu più vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse; intan- tochè più volte e la sua famiglia e la donna se ne dolsono, primachè
. 33 a’ suoi costumi adusate, ciò mettes- sero in non calere. Rade volte, se non domandato, parlava, e quelle pensa- tamente e con voce conveniente alla materia di che diceva; non pertanto, laddove si richiedeva, eloquentissi- mo fu e facondo, e con ottima e pronta prolazione. Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza, e a ciascuno che a que’ tempi era otti- mo cantatore o sonatore fu amico ed ebbe sua usanza; ed assai cose da questo diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole no- ta a questi cotali facea rivestire. Quanto ferventemente esso fusse ad amore sottoposto, assai chiaro è già mostrato: questo amore è ferma cre- denza di tutti che fusse movitore del suo ingegno a dovere, prima imitando, divenire dicitore in vulga- re, (1) poi per vaghezza di più solen- nemente dimostrare le sue passioni, e di gloria, sollecitamente esercitan-
(1) Sottintendi: lingua.
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dosi in quella, non solamente passò clascuno suo contemporaneo, ma in tanto la dilucidò e fece bella, che molti allora e poi di dietro a sè n’ha fatti e farà vaghi di essere esperti. Dilettossi similemente d’ es- sere solitario e rimoto dalle genti, acciocchè le sue contemplazioni non gli fussero interrotte; e se pure al- cuna che molto piaciuta gli fusse ne . gli veniva, essendo esso tra gente, quantunque di alcuna cosa stato fus- se addomandato, giammai infino a tanto che egli o fermata o dannata la sua immaginazione avesse, non avrebbe risposto al dimandante; il che molte volte, essendo egli alla mensa, e essendo in cammino con compagni, e in altre parti dimanda- to, gli avvenne.
Ne’ suoi studj fu assiduissimo, quanto a quel tempo che ad essi sì disponea, in tanto che niuna no- vità che s° udisse, da quelli il potea rimuovere. E secondochè alcuni de- gui di fede raccontano, di questo
85 darsi tutto a cosa che gli piacesse, egli essendo una volta tra le altre in Siena, e avvenutosi per accidente alla stazone (!) d’ uno speziale, e qui- vi statogli recato uno libretto da- vanti promessogli, e tra’ valenti uo- mini molto famoso nè da lui giammai stato veduto, non avendo per avven- tura spazio di portarlo in altra parte, sopra la panca che davanti allo spe- ziale era, sì pose col petto, e mes- sosìi il libretto davanti, quello cupi- dissimamente cominciò a vedere: e comecchè poco appresso in quella contrada’ stessa, e dinanzi da lui, per alcuna general festa de’ Sanesi si cominciasse da’ gentili giovani, e facessesi una grande armeggiata, e coi quella grandissimi rumori da’ circostanti (siccome in cotali casi con Iistromenti var) e con vocì ap- plaudenti suol farsi). e altre cose assal vl avvenissero da dovere tirare altrui a vedersi, siccome balli di vaghe donne e giuochi molti di ben
(1) Bottega.
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disposti e leggiadri giovani; mai non fn alcuno che muovere quindi il vedesse, nè alcuna volta levare gli occhi dal libro: anzi postovisi quasi a ora di nona, prima fu passato ve- spro, e tutto l’ebbe veduto e quasi sommariamente compreso, ch'egli da ciò si levasse; affermando poi ad al- cuni, che ’1 domandavano come s'era potuto tenere di riguardare a così bella festa come davanti a lui sì era fatta, sè niente averne sentito; per lo che alla prima maraviglia, non indebitamente la seconda s’ aggiunse a' dimandanti.
Fu ancora questo poeta di mara- Vigliosa capacità, e di memoria fer- missima e di perspicace intelletto, intantochè essendo egli a Parigi, e quivi sostenendo in una disputazio- ne De quolibet, che nelle scuole della teologia si faceva, quattordici qui- stioni da diversi valenti uomini e di diverse materie, cogli loro argo- menti e pro e contra fatti dagli Opponenti, senza mettere tempo in
87 mezzo raccolse e ordinatamente come poste erano state, recitò quelle; poi quel medesimo ordine seguendo, sot- tilmente solvendo e rispondendo agli argomenti contrari: la qual cosa qua- si miracolo da tutti i circostanti fu reputata. Di altissimo ingegno e di sottile invenzione fu similmente, sic- come le sue opere troppo più mani- festano agli intendenti che non po- trebbono fare le mie lettere. Vagluissi- mo fu e d’onore e di pompa e per av- ventura più che alla sua inclita virtù non sì sarebbe richiesto. Ma che? qual vita è tanto umile che dalla dolcezza della gloria non sia tocca? E per questa vaghezza, credo che oltre ad ogni altro studio amasse la poesia, veggendo, comecchè la. filo- sofia ogni altra trapassi di nobiltà, la eccellenza di quella con pochi potersi comunicare, ed esserne per lo mondo molti famosi; e la poesia essere più apparente e dilettevole a ciascuno, e li poeti rarissimi. E per- ciò sperando per la poesia allo inu-
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sitato e pomposo oncre «della coro- nazione dello alloro potere pervenire, tutto a lei si diede e studiando e componendo. E certo il suo desiderio veniva intero, se tanto gli fusse sta- ta la fortuna graziosa, che egli fusse giammal potuto tornare im Firenze, nella quale sola sopra le fonti di San Giovanni sl era disposto d’ inco- ronarsi: acciocchè quivi, dove per lo battesino aveva preso il primo nome, quivi medesimo per la coro- nazione prendesse il secondo, Ma così andò: che quantunque la sua sufficienza fusse molta, e per quella in ogni parte dove piaciuto gli fus- se, avesse potuto l' onore della lau- rea pigliare (la quale non iscienza accresce, ma è dell’ acquistata certis- simo testimonio e ornamento; pur quella tornata, (!v che mai non. duve- va essere, aspettando, altrove piglia re non la volle: e così senza il molto desiderato onore si morì. Ma per- ciocchè spessa questione si ta tra
(1) Ritorno in patria.
59 le genti, che cosa sia la poesia e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perchè del lauro sieno co- ronati i poeti, e da pochi mi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna digressione, nella quale io questo alquanto dichiari; tornando come più tosto potrò al proposito. | 0
La prima gente ne’ primi secoli, comecchè rozzissima e inculta fusse, ardentissima fu di co.ioscere il vero con istudio, siccome noi veggiamo ancora. naturalmente desiderare a ciascuno: la quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge conti- nuo, e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diver- si tempi, pensarono di necessità do- ver essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte le altre ordinasse siccome superiore potenza da niun’ altra po- tenziata. E questa investigazione xe- co diligentemente avuta. s'immagi- narono quella (la quale divinità,
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ovvero deltà nominarono ) con ogni coltivazione, con ogni onore e con più che umano servigio essere da venera- re; e perciò ordinarono, a reverenza del nome dì questa suprema potenza, amplissime ed egregie case, le quali ancora estimarono fussero da sepa- rare così di nome, come di fortuna (!) separate erano da queile che gene- ralmente per gli uomini si abitavano: e nominaronle Templi. E similemen- te avvisarono certi ministri, li quali fussero sacri, e da ogni altra mon- dana sollecitudine rimoti, solamente a’ divini servigi vacassero, per ma- turità, per età e per abito più che gli altri uomini reverendi; li quali appellarono Sacerdoti. Ed oltre a que- sto, in rappresentamento della. im- maginata essenza divina, feciono in varie forme magnifiche statue, e a’ servigi di quella vasellamenti d’oro e mense marmoree e purpurei vesti- menti, e altri assai apparati perte- nenti a’ sacrificj per loro stabiliti.
(1) Altri legge: di forma.
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Ed acciocchè a questa cotale poten- za tacito onore e quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole di alto suono essa fusse da umiliare, e alle loro necessità rendere propi- zia. E così come essi stimavano que-. sta eccedere ciascuna altra cosa di nobilità, così vollono che di lungi da ogni altro plebeo o pubblico stilo di parlare, si trovassero parole degne di ragionare dinanzi alla divinità, nelle quali le si porgessero sacrate lusinghe. Ed oltre a questo, accioc- chè queste parole paressero avere più di efficacia, vollero che fussero sotto legge di certi numeri compo- ste, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimen- to e la noia. E certo questo non in vulgare. forma o usitata, ma con ar- tifiziosa, esquisita e nuova convenne che si facesse; la quale forma ap- pellarono i Greci Poetes ; laonde nac- que, che quello che in cotale forma fatto fusse si appellasse Poesis: e quelli che ciò facessero o cotale mo-
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do di parlare usassero, si chiamas- sero Poeti. Questa adunque fu la prima origine del nome della poesia, e per conseguente de’ poeti; comec- chè altri ne assegnino ancora altre ragioni, forse buone, ma questa mi piace più.
Questa buona e landevole inten- zione della rozza età mosse molti a diverse invenzioni: nel mondo mul- tiplicante per apparere; e dove i primi una sola deità onoravano, mo- strarono li seguenti molte esserne, comecchè quella una dicessono oltre ad ogni altra ottenere il principato. Le quali molti vollero che fussero il Sole, la Luna, Saturno, Giove e ciascuno degli altri de’ sette pianeti, dagli loro effetti dando argomento alla loro deità: e da questi vennero a mostrare ogni cosa utile agli uo- mini, quantunque terrena fusse, deità essere, siccome il fuoco, l’ acqua, la terra e simighianti: alle quali tutte e versi e onori e sacrific]j si ordina- rono. È poi segnentemente comin-
93 ciarono diversi e in diversi luoghi, chi con uno ingegno, chi con un al- tro, a farsi sopra la moltitudine in- dotta della sua contrada maggiori : diffinendo le rozze quistioni non se- condo scritta legge (che non l’ave- vano ancora), ma secondo una natu- rale equità, della quale più uno che un altro era dotato; dando alla loro vita ed agli loro costumi ordine, dalla natura medesima più illuminati; re- sistendo colle loro corporali forze alle cose avverse e possibili ad av- venire; e a chiamarsi re e mostrarsi alla plebe e con servi e con orna- menti non usati insino a que’ tempi dagli uomini, a farsi ubbidire, e ul- timamente a farsi adorare: il che, solo che fosse chi ’1 presumesse, senza troppa difficoltà avveniva; percioc- chè a’ rozzi popoli, così veggendol, non uomini ma iddii parevano. Questi cotali, non fidandosi tanto delle loro forze, cominciarono ad augumentare le religioni, e colla fede di quelle ad impaurire i suggetti e a stringere
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con sagramenti alla loro obbedienza quelli, li quali non vi si sarebbono potuti con forza costringere. E oltre a questo diedero opera a deificare li loro padri, li loro avoli e li loro maggiori, acciocchè più fussero e temuti e avuti in reverenza dal vulgo. Le quali cose non si potevano co- modamente fare senza l'ufficio de’ poeti, li quali sì per ampliare la loro fama, sì per compiacere a’ principi, sì per dilettare i sudditi, e sì per persuadere il virtuosamente operare, a ciascuno quello che con aperto parlare saria suto della loro inten- zione contrario, con fizioni varie e maestrevoli (male da’ grossi oggi non che a quel tempo intese) facevano credere quello che li principi vole- vano che sì credesse; servando negli nuovi iddii e negli uomini, li quali. degl’ iddii nati fingevano, quel me- desimo stile che nel vero Iddio so- ‘lamente e nel lusingarlo avevano li primi usato. Da questo si venne allo adequare i fatti de’ forti uomini a
95 quelli degl'iddiit; donde nacque il cantare con eccelso verso le battaglie e gli altri notabili fatti degli nomini mescolatamente con quelli degl iddi; il quale e tu ed è oggi. insieme colle altre cose di sopra dette, uticio ed esercizio di ciascun poeta. È peroc- chè molti non iutendenti credono la poesia miun’ altra cosa essere che solamente uno fabuloso parlare, oltre al premesso mì piace brevemente quella essere teologia dimostrare, pri- ma ch’io vegna a dire perchè di lauro sì coronino li poeti.
Se noi vorremo porre giù gli animi e con ragione riguardare, 10 mi credo che assai leggermente po- tremo vedere, gli antichi poeti avere imitate (tanto quanto allo ingegno umano è possibile) le vestigie dello Spirito Santo, il quale, siccome noi nella divina Scrittura veggiamo, per la bocca di molti li suo’ altissimi se- greti rivelò ai futuri, facendo loro sotto velame parlare ciò che a debito tempo per opera, senza alcuno velo,
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intendeva di dimostrare. Impercioc- chè essi, se nol ragguarderemo bene le loro opere, acciocchè lo imitatore non paresse diverso dallo imitato, sotto coperta di alcune fizioni, quello che stato era, o che fusse al loro tempo presente, o che desideravano o che presumevano che . nel futuro dovesse avvenire, descrissono; per- chè, comecchè ad uno fine l’ una scrit- tura e l’altra. non riguardasse, ma solo al modo del trattare (al che più guarda al presente l'animo mio), ad amendue si potrebbe dare una me- desima laude, usando di Gregorio le parole, il quale della sacra Scrittura dice ciò che ancora della poetica dir sl puote, cioè, ch’essa in un mede- simo sermone, narrando, apre il testo e "1 misterio a quello sottoposto; e così ad un'ora coll’ uno li savi eser- cita e coll’ altro li semplici riconforta, ed ha in pubblico d’ onde li pargoletti nutrichi, ed in occulto serva quello, onde essa le menti de’ sublimi inten- ditori con ammirazione tenga sospese.
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Perciocchè pare essere un fiume, ac- ciocchè io così dica, piano e profon- do, nel quale il piccioletto agnello cogli piè vada, e ’1 grande elefante amplissimamente nuoti. Ma da proce- dere è al verificare delle cose proposte. Intende la divina Scrittura, la quale noi Teologia appelliamo, quan- do con figura di alcuna istoria, quando col senso di alcuna visione, quando con l’intendimento di alcuno lamento, e in altre maniere assai, mostrarci l'alto misterio della incarnazione del Verbo Divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione e ogni altro suo atto, per lo quale noi, ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e resurgendo ci aperse, lungamente stata serrata a noi per la colpa del primo parente. Così li poeti nelle loro opere, le quali noi chiamiamo poesia, quando con fizioni di varii iddii, quando con tra- smutazioni di uomini in varie forme, 7
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e quando con leggiadre persuasioni ne mostrano le cagioni delle cose, gli effetti delle virtù e de’ vizii, e che fuggire dobbiamo e che seguire, acclocchè pervenire possiamo, virtuo- samente operando, a quel fine, il quale essi, che il vero Iddio debita- mente non conoscieno, somma salute credevano. Volle lo Spirito Santo mostrare nel rubo (') verdissimo, nel quale Moisè vide, quasi come una fiamma ardente, Iddio, la verginità di Colei che più che altra creatura fu pura, e che dovea essere abita- . zione e ricetto del signore della na- | tura, non doversi nè per la conce- zione, nè per lo parto del Verbo del Padre contaminare. Volle per la vi- sione veduta da Nabuccodonosor nel- la statua di più metalli, abbattuta da una pietra e convertita in monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite etadi dalla dottrina di Cristo (il quale fu ed è | Vliva pietra) dovere sommergersi, e
(1) Rovo.
99 la cristiana religione nata di questa pietra, divenire una cosa immobile e perpetua, siccome li monti essere veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Geremia lo eccidio futuro di Ge- rusalem dichiarare, e quello per la sua ingratitudine e crudeltà in Cristo avvenire.
Similemente li nostri poeti, fin- gendo Saturno avere molti figliuolì, e quelli, fuori che quattro, divorare tutti; nessuna altra cosa vollono per tale fizione farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce; e come ella in esso è prodotta, così esso di tutte è cor- rompitore, e tutte le riduce a niente. I quattro suoi figliuoli non divorati da lui, l’uno è Giove, cioè l'elemento del fuoco; il secondo è Giunone, sposa e sorella di Giove, cioè l’ aere, mediante la quale il fuoco quaggiù opera li suoi effetti; il terzo è Net- tuno, iddio del mare, cioè l’ elemento dell’acqua; il quarto ed ultimo è ? Plutone, iddio dell'inferno, cioè la
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terra, più bassa che alcuno altro ele- mento. Similemente fingono li nostri poeti Ercole di uomo in iddio essere | trasformato, e Licaone in lupo; mo- ralmente volendo mostrarci, che vir- tuosamente operando come fece Er- cole, l’uomo diventa iddio per par- ticipazione in cielo; e viziosamente operando, come Licaone fece, quan- tunque egli paia uomo, nel vero egli si può dire quella bestia, la quale da ciascuno si conosce per effetto più simile al suo difetto: siccome Licaone per rapacità e per avarizia, le quali a lupo molto sono conformi, sì finge in lupo essere mutato. Si- milemente fingono i nostri poet: la bellezza de’ campi elisi, per la quale intendo la dolcezza del paradiso; e la oscurità di Dite, per la quale prendo l’ amaritudine dell’inferho; acciocchè noi, tratti dal piacere del- l’uno e dalla noia dell’ altro spaven- tati, seguitiamo le virtù che in Éliso ci meneranno, e i vizi fuggiamo che im Dite ci farieno traripare. Io lascio
101 il trattare con più particulari espo- sizioni queste cose, perciocchè se quanto si converrebbe e potrebbe le volessi chiarire, comecchè esse più piacevoli ne divenissino e più faces- sino forte il mio argomento, dubito non mì tirassino più oltre molto che la principale materia non richiede, e che io non voglio andare.
E certo se più non se ne dicesse che quello ch’è detto, assai si do- vrebbe comprendere la teologia e la poesia convenirsi quanto nella forma dell’ operare, ma nel subietto, io dico quelle non solamente molto essere diverse, ma ancora avverse in alcuna parte; perciocchè il subietto della sacra teologia è la divina verità; quello dell’ antica poesia sono gl’iddii de’ gentili e gli uomini. Avverse sono, in quanto la teologia niuna cosa presuppone se non vera; la poesia ne presuppone alcune per vere, le quali sono talsissime ed erronee e contra la cristiana religione. Ma per- ciocche alcuni disensati si levano
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contro li poeti, dicendo, loro sconce favole e male a niuna verità conso- nanti avere composte, e che in altra forma che con favole dovevano la loro sufficienza dimostrare e a’ mon- dani dare la loro dottrina; voglio ancora alquanto più oltre procedere col presente ragionamento. Guardino adunque questi cotali le visioni di Daniello, quelle d’ Isaia, quelle di Ezechiello e degli altri del Vecchio Testamento con divina pen- na descritte, e da Colui mostrate al quale non fu principio nè sarà fine. Guardinsi ancora nel Nuovo le vi- sioni dell’ Evangelista, piene agl’in- tendenti di mirabile verità; e se niuna poetica favola si trova tanto di lungi dal vero o dal verisimile, quanto nella corteccia appaiono queste in molte parti; concedasi che solamente i poeti abbiano dette favole da non poter dare diletto ne trutto. Senza dire alcuna cosa alla riprensione che fanno de’ poeti, in quanto la loro dottrina in favole ovvero sotto favole hanno
103 mostrata, mi potrei passare: conoscen- do che mentre che essi mattamente li poeti riprendono di ciò, incauta- mente caggiono in biasimare quello spirito, il quale niuna altra cosa è che via, verità e vita. Ma pure al- quanto intendo di soddisfarli.
Manifesta cosa è, che ogni cosa che con fatica si acquista, avere al- quanto più di dolcezza, che quella che viene senz’affanno. La verità piana, perocchè tosto compresa con picciole forze, diletta e passa nella memoria. Adunque acciocchè con fa- tica acquistata fusse più grata, e per- ciò meglio sì conservasse, li poeti sotto cose ad essa molto contrarie apparenti, la nascosero; e perciò ta- vole fecero più che altra coperta, perchè le bellezze di quelle attraes- sero coloro, li quali nè le dimostra- zioni filosofiche, nè le persuasioni avevano potuto a sè tirare. Che dun- que diremo de’ poeti? Terremo che essi sieno stati uomini insensati, come li presenti disensati parlando, e non
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sapendo che, li giudicano ? Certo no ; anzi turono nelle loro operazioni di profondissimo sentimento, quanto è nel frutto nascoso, e di eccellentis- sima ed ornata eloquenza nelle cor- tecce e nelle frondi apparenti. Ma torniamo dove lasciammo.
Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo sia il subietto: anzi dico più, che la teologia niun'’ altra cosa è che una poesia d’Iddio. E che altra cosa è che poetica fizione nella Scrittura dire: Cristo essere ora lione e ora agnello e ora ver- mine, e quando dragone e quando pietra, e in altre maniere molte, le quali volere tutte raccontare sarebbe lunghissimo? Che altro suonano le parole del Salvatore nello Evangelio, se non uno sermone da’ sensi alieno, il quale parlare noi con più usato vocabolo chiamiamo allegoria? Dun- que bene appare, non solamente la poesia essere teologia, ma ancora la teologia essere poesia. E certo se le
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mie parole meritano poca fede in sì gran cosa, 10 non me ne turberò; ma credasi ad Aristotile, dignissimo testimonio ad ogni gran cosa, il quale afferma sè avere trovato li poeti essere stati li primi teologizzanti. E questo basti quanto a questa parte; e tor- niamo a mostrare perchè a’ poeti sola- mente, tra gli scienziati, l’ onore della corona dello alloro conceduta fusse.
Tra l'altre nazioni, le quali sopra il circuito della terra sono molte, li Greci si crede che sieno quelli alli quali primieramente la filosofia sè e li suol segreti aprisse: de’ tesori della quale essi trassono la dottrina militare, la vita politica ed altre care cose assal, per le quali essi oltre ad ogni altra nazione divennero famosi e reverendi. Ma intra le altre tratte del costei tesoro da loro, tu la san- tissima sentenza di Solone nel prin- cipio posta di questa operetta; ed acciocchè la loro repubblica, la quale più che altra allora fioriva, diritta andasse e stèsse sopra due piedi, e
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le pene a’ nocenti e li meriti a’ va- lorosi magnificamente ordinarono ed osservarono. Ma in tra gli altri me- riti stabiliti da loro a chi bene ado- perasse, fu questo il precipuo: d’in- coronare in pubblico, e con pubblico consentimento, di fronde d’alloro i poeti dopo la vittoria delle loro fa- tiche, e gl’imperadori, li quali vit- toriosamente avessero la repubblica augumentata; giudicando che egual gloria si convenisse a colui per la cui virtù le cose umane erano con- servate e augumentate, che a colui da cui le divine erano trattate. È comecchè di questo onore li Greci fussero inventori, esso poì trapasso a’ Latini, quando la gloria e le armi parimente di tutto 11 mondo dierono luogo al romano nome; e ancora, almeno nelle coronazioni de’ poeti (comecchè radissimamente avvenga) vi dura. Ma perchè a tale corona- zione più l’alloro che altra fronda eletto sia, non dovrà essere a vedere rincrescevole.
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Sono alcuni li quali credono, per- ciocchè sanno Dafne amata da Febo e in alloro convertita; essendo Febo il primo autore e fautore de’ poeti stato, e similemente trionfatore; per amore a quelle frondi portato, di quelle le sue cetere e li trionfi avere coronato ; e quinci essere stato preso esemplo dagli uomini, e per conse- guente essere stato quello che da Fe- bo fu prima fatto, cagione di tale co- ronazione e di tali frondi insino a questi giorni a’ poeti e agl’ impera- dori. E certo tale opinione non mi dispiace, nè niego così poter essere stato ; ma tuttavia me muove altra ra- gione, la quale è questa. Secondochè vogliono coloro, li quali le virtù delle piante ovvero la loro natura investi- garono, l'alloro intra le altre più sue proprietà n’ha tre laudevoli e notevoli molto; la prima sì è (come noi veg- giamo), che mai egli non perde nè verdezza, nè fronda; la seconda si è, che non sì trova mai questo arbore essere stato fulminato : il che di niu-
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no altro leggiamo essere addivenuto ; la terza, ch'egli è odorifero molto, siccome noi sentiamo: le quali tre proprietadi estimarono gli antichi inventori di questo onore, convenirsi colle virtuose opere de’ poeti e de’ vittoriosi imperadori. E primiera- mente la perpetua viridità di queste fronde dissono dimostrare la fama delle costoro opere; cioè di coloro che di esse sì coronavano o corone- rebbono nel futuro, sempre dovere stare in vita: appresso estimarono le opere di questi cotali essere di tanta potenza, che nè il fuoco della invidia, nè la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni cosa con- suma, dovesse mai queste poter ful- minare, se non come quello arbore fulminava la celeste folgore: oltre a questo diceano queste opere de’ già detti per lunghezza di tempo mai non dovere divenire meno piacevoli e graziose a chi le udisse o leggesse, masempre dover essere accettevoli rose; laonde meritamente si
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confaceva la corona di cotali fronde, più che altra, a cotali uomini, i cui effetti (in tanto quanto vedere pos- siamo) erano a lei conformi. Per lo che non senza cagione il nostro Dante era ardentissimo desideratore di tale onore, ovvero di cotale testimonianza di tanta virtù, quale questa è a co- loro, li quali degni si fanno di do- versene ornare le tempie. Ma tempo è di tornare là onde, entrando in questo, ci partimmo.
Fu il nostro poeta, oltre alle cose predette, di animo alto e disdegnoso molto; tantochè cercandosi per al- cuno suo amico (il quale ad istanza de’ suoi prieghi il faceva), ch'egli potesse ritornare in Firenze: il che egli oltre ad ogni altra cosa somma- mente desiderava; nè trovandosi a ciò alcun modo con coloro li quali il governo della repubblica allora avevano nelle mani, se non uno, il quale era questo: che egli per certo spazio stesse in prigione, e dopo quello, in alcuna solennità pubblica
110 fusse misericordievolemente alla no- stra principale chiesa offerto, e per conseguente libero e fuori d’ogni condannagione per addietro fatta di lui. La qual cosa parendogli conve- nirsi e usarsi in qualunque è depresso e ad infami uomini e non ad altri, oltre al suo maggiore desiderio pree- lesse di stare in esilio, anzichè per cotale via tornare in casa sua. Oh isdegno laudabile di magnanimo, quanto virilmente operasti reprimen- do lo ardente disio del ritornare per via meno che degna ad uomo nel grembo della filosofia nutricato! Molto simigliantemente presunse di sè, nè gli parve meno valere, se- condochè li suoi contemporanei rap- portano, che e’ valesse. La quale cosa, tra le altre volte, apparve una no- tabilmente, mentre ch'egli era colla sua setta nel colmo del reggimento della repubblica; che, conciofosseco- sachè per coloro li quali erano de- pressi fusse chiamato, mediante Bo- nifazio papa ottavo, a ridirizzare lo
| All stato della nostra città un fratello ovvero congiunto di Filippo allora re di Francia, il cui nome fu Carlo; sì ragunarono a uno consiglio per provvedere a questo fatto tutti li principi della setta, colla quale esso teneva, e quivi tra le altre cose pro- videro, che ambasceria si dovesse mandare al papa, il quale allora era a Roma, per la quale s’ inducesse il detto papa a dover ostare alla ve- nuta del detto Carlo, ovvero lui, con concordia della detta setta, la qual reggeva, tar venire. È venuto al de- liberare chi dovesse essere principe di cotale legazione, fu per tutti detto, che Dante fusse desso. Alla quale richiesta Dante, alquanto sopra a sé stato, disse: Se lo vo, chi rimane? e se lo rimango, chi va? Quasi esso solo fusse colui che tra tutti valesse, e per cui tutti gli altri valessero. Questa parola fu intesa e raccolta: (!)
(1) Certo però Dante non tu bene interpretato: non furono intese nel senso vero le sne parole: egli senza dubbio si riferiva alla sua nnica pre- occupazione del bene della città sua,
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ma quello che di ciò seguisse non fa al presente proposito, e però pas- sando avanti, il lascio stare.
Oltre a queste cose, fu questo va- lente uomo in tutte le sue avversità fortissimo ; solo in una cosa non so se io mi dica fu impaziente o ani- moso, cioè in opera pertenente alle parti, poichè in esilio fu, troppo più che alla sua sufficienza non appar- teneva, e ch’egli non voleva che di lui per altrui si credesse. E accioc- chè a qual parte fusse così animoso e pertinace appaia, mi pare che sia da procedere alquanto più oltre scri- vendo. Io credo che giusta ira di Dio permettesse, già è gran tempo, quasi tutta Toscana e Lombardia in due parti dividersi; delle quali, onde cotali nomi sl avessero, non so, ma l'una si chiamò e chiama parte Guelfa e l’altra fu Ghibellina chiamata. E di tanta efficacia e reverenza furono negli stolti animi di molti questi due nomi, che per difendere quello che alcuno avesse eletto per suo contra
113 il contrario, non gli era di perdere li suoi beni e ultimamente la vita, se bisogno fusse stato, malagevole. E sotto questi titoli molte volte le città italiche sostennono di gravissi- me pressure e mutamenti; e intra le altre la città nostra, quasi capo e deli’ uno nome e dell’altro, secondo il mutamento de’ cittadini; intantochè li maggiori di Dante per guelfi da’ ghi- bellini furono due volte cacciati di casa loro, ed egli sotto titolo di guel- fo, tenne i freni della repubblica in Firenze, della quale cacciato, come mostrato è, non da’ ghibellini ma da’ guelfi, e veggendo sè non poter ri- tornare, in tanto mutò l’ animo, che niuno più fiero ghibellino e a’ guelfi avversario fu come lui. E quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria, è, che pubbli- chissima cosa è, in Romagna lui ogni femminella, ogni picciol fanciullo ra- gionando di parte, e dannante la ghibellina, l'avrebbe a tanta insania mosso, che a gittare le pietre l’ avreb-
la)
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be condotto, non avendo taciuto ; e con questa animosità sl visse infino alla morte. E certo io mì vergogno dovere con alcuno difetto maculare la fama di cotanto uomo; ma il co- minciato ordine delle cose in alcuna parte il richiede; imperciocchè se
nelle cose meno che laudevoli in lui,
mi tacerò, io torrò molta fede alle
laudevoli già mostrate. Adunque a
lui medesimo mi scuso, il quale per
avventura me scrivente con isdegnoso
occhio da alta parte del cielo rag-
guarda.
Tra cotanta virtù, tra cotanta scienza, quanta dimostrato è di sopra essere stata ln questo mirifico poeta, trovò amplissimo luogo la lussuria e non solamente ne’ giovanili anni, ma ancora ne’ maturi; il qual vizio, co- mecchè naturale e comune e quasi necessario sia, nel vero non che com- mendare, ma scusare non si può de- . gnamente. Ma chi sarà tra’ mortali giusto giudice a condannarlo? Non io. Oh poca fermezza, oh bestiale
115 appetito degli uomini! Che cosa non possono in noi le femmine, se elle vogliono, che eziandio non volendo possono gran cose? Esse hanno la vaghezza, la bellezza e ’1 naturale appetito ed altre cose assai contino- vamente per loro nei cuori degli uomini procuranti; e che questo sia vero, lasciamo stare quello che Giove per Europa, Ercole per Iole e Paris per Elena facessero; che perciocchè poetiche cose sono, molti di poco sentimento le dirien favole; ma mo- strisi, per le cose non convenevoli ad alcuno, di negare. Era nel mondo ancora più d’una femmina, quando il nostro primo padre (lasciato il co- mandamento fattogli dalla propria bocca di Dio) si accostò alle persua- sioni di lei? certo no. E David, non ostante che molte ne avesse, solamen- te veduta Bersabè, per lei dimenticò Iddio e ’1 suo regno, sè e la sua onestà, e adultero prima e poi omi- cida divenne; che si dee credere che egli avesse fatto s’ ella alcuna cosa
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avesse comandato? E Salomone, al cui senno, niuno dal figliuolo d’ Iddio in fuori, aggiunse mai, non abban- donò colui che savio l’avea fatto, @ per piacere ad una femmina non s'inginocchiò ed adorò Balaam? E che fece Erode? che altri molti, da niuna altra cosa tirati che dal piacer loro? Adunque tra tanti e tali non iscusato, ma accusato con assai meno curva fronte solo può passare il no- stro poeta. E questo basti al presente de’ suoi costumi più notabili avere raccontato.
Compose questo glorioso poeta più opere ne’ suoi giorni, delle quali ordinata memoria credo che sia con- venevole fare, acciocchè nè alcuno delle sue s’intitolasse, nè a lui fus- sero per avventura intitolate le altrui. Egli primieramente, duranti ancora le lacrime della morte della sua Bea- trice, quasi nel suo ventesimosesto anno compose in uno volumetto, il quale egli intitolò Vita Nora, certe operette, siccome sonetti e canzoni,
117 in diversi tempi davanti in rima fatte da ‘ui, maravigliosamente belle; di sopra da ciascuna partitamente e or- dinatamente scrivendo le cagioni che a qtelle fare l'avevano mosso, e di dietio ponendo le divisioni delle pre- cedeati opere. E comecchè egli di averi questo libretto fatto, negli anni più naturi si vergognasse molto, non- dimeno, considerata la sua età, è egli assai bello e piacevole, e massima- mente a’ volgari.
Aporesso questa compilazione più anni, agguardando egli dalla som- mità dl governo della repubblica sopra le quale stava, e veggendo in grandisima parte, siccome di così fatti luoxhi si vede, quale fusse la vita degi uomini, e quali fussero gli errori de vulgo, e come fussero pochi i disviani da quello e di quant’ onore degni fusero, e quelli che a quello si accostasero, di quanta confusione; dannando gli studi di questi cotali e molto pù gli suoi commendando, gli venne rbll’animo un alto pensiero,
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per lo quale, a un'ora, cioè in una medesima opera, propose, mostrando la sua sufficienza, di mordere con gravissime pene gli scellerati e’ vi- ziosì, e con altissimi premj li virtuosi e valorosi onorare, ed a sè perpetua gloria apparecchiare. E perciocchò (come già è mostrato) egli aveva ad ogni studio preposta la poesia, poe- tica opera estimò di compo:re; e avendo molto davanti premeditato quello che fare dovesse, nel su) tren- tacinquesimo anno sì cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti premeditato avea; cioè a vclere se- | condo li meriti e mordere e premiare, secondo la sua diversità, la vita degli uomini; la quale, perciocchè conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da’ vizi partentesi e andante alla virtù, o virtuosa; quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando, e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilemente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Commedia. Dei quali tre libri egli ciascuno distinse
119 per canti e i canti per ritmi, sicco- me chiaramente si vede; e quello in rima vulgare compose con tanta arte, con sì mirabile ordine e con sì bello, che niuno fu ancora che giustamente potesse quello in alcuno atto ripren- dere. Quanto sottilmente egli in esso poetasse, per tutti coloro alli quali è tanto ingegno prestato che inten- dano, il possono vedere. Ma siccome noi veggiamo le gran cose non pu- tersi in brieve tempo comprendere, e per questo conoscere dobbiamo così alta, così grande, così escogitata im- presa (come tu tutti gli atti degli uomini e li loro meriti poeticamente volere sotto versi vulgari e rimati racchiudere) non essere stato possi- bile in picciolo spazio avere a suo fine recata, e massime da uomo, il quale da molti e vari casì della tor- tuna. pieni tutti d'angoscia e d'ama- ritudine venenati, sia stato agitato, come di sopra mostrato è che fu Dante, perciò dall'ora che di sopra e detto ch'egli a così alto lavorio
120 si diede, insino allo stremo della sua vita (comecchè altre opere, come ap- parirà, non ostante questa compo- nesse in questo mezzo) gli iu fatica continua. Nè fia di soperchio in parte toccare di alcuni accidenti lutorno al principio e al fine di quella avvenuti. Dico che mentre ch'egli era più attento al glorioso lavoro, e già della prima parte di quello, la quale in- titola Inferno, aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non mica come gentile, ma come cristia- nissimo poetando (cosa sotto questo titolo mai avanti non fatta); soprav- venne il gravoso accidente della sua cacciata, o tuga che chiamar sì con- venga, per la quale egli e quella ed ogni altra cosa abbandonata, incerto di sè medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma, come nol dovemo certissimamente credere, a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la fortuna potere operare, per la quale, e se forse vi può porre indugio, ritor la possa dal
121 debito fine: avvenne che alcuno per alcuna sua scrittura forse a lui op- portuna, cercando fra le cose di Dante in certi forzieri stati fuggiti subitamente iu luoghi sacri, nel tem- po che tumultuosamente la ingrata disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò li detti sette canti stati da Dante composti, li quali con ammirazione, non sapendo che sì fos- sero, lesse, e piacendogli sommamen- te, e con ingegno sottrattigli del luogo dov’ erano, lì portò ad un no- stro cittadino, il cui nome tu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi, in quelli tempi famosissimo dicitore per rima in Firenze: e mostroglieli. Li quali veggendo Dino, uomo d’ alto intelletto, non meno che colui che portati glieli aveva, si maravigliò sì per lo bello e pulito e ornato stile del dire, sì per la profondità del senso, il quale sotto la bella cortec- cia delle parole gli pareva sentire nascoso. Per le quali cose agevole-
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mente insieme col portatore di quelli, e sì ancora per lo luogo donde tratti li aveva, estimò quelli essere, come erano, opera stata di Dante. E do- lendosi quella essere imperfetta ri- masa, comecchè essl non potessero seco presumere a qual fine fusse il termine suo, fra loro deliberarono di sentire dove Dante fusse, e quello che trovato avevano mandargli, ac- ciocchè, se possibile fusse, a tanto principio desse lo immaginato fine. E sentendo dopo alcuna investiga- zione lui essere appresso al marchese Moruello, non a lui, ma al marchese scrissono il loro desiderio, e manda- rono li sette canti; li quali poichè il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco lodatili, li mostrò a Dante, domandandolo se esso sapeva cui opera stati fussero ; li quali Dante riconosciuti subito, rispose, che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non la- sciare senza debito fine sì alto prin- cipio. Certo, disse Dante, io mi credea
125 nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri perduti, e però sì per questa credenza e sì per la moltitudine delle altre fatiche per lo mio esilio sopravvenute, del tutto avea l'alta fantasia, sopra quest’ o- pera presa, abbandonata; ma poiché la fortuna inopinatamente li mi ha ripinti dinnanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ridurmi a memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi fia la grazia. È reas- sunta, non senza fatica, dopo alquan- to tempo la fantasia lasciata, seguì:
Io dico seguitando, che assai prima ecc.
dove assai manifestamente, chi bene riguarda, può la ricongiunzione del- l’opera intermessa conoscere. Ricominciata dunque da Dante la magnifica opera, non forse, secon- dochè molti estimerebbero, senza più interromperla la perdusse alla fine, anzi più volte, secondochè la gravità de’ casi sopravvegnenti richiedeva, quando mesi e quando anni, senza
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potervi adoperare alcuna cosa, mise in mezzo; nè tanto si potè avacciare, che prima nol sopraggiugnesse la morte, ch’egli tutta pubblicare la potesse. Egli era suo costume, qua- lora sei o otto o più o meno canti fatti ne aveva, quelli, primachè al- cuno altro li vedesse, donde ch’ egli fusse, mandare a messer Cane della Scala, il quale egli oltre ad ogni altro uomo aveva in reverenza; e poichè da lui erano stati veduti, ne tacea copia a chi la volea. E in così fatta maniera avendoglieli tutti, fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quelli avendo fatti, nè ancora man- datigli; avvenne ch’ egli, senza avere alcuna memoria di lasciarli, sì morì. E cercato da que’ che rimasono, e figliuoli e discepoli, più volte e in più mesì fra ogni sua scrittura, se alla sua opera avesse fatto alcuna fine, nè trovandosi per alcuno modo li canti residui, essendone general- mente ogni suo amico cruccioso, che Iddio non lo aveva almeno tanto pre-
125 stato al mondo ch'egli il picciolo rimanente della sua opera avesse po- tuto compiere, dal più cercare, non trovandogli, sì erano, disperati, ri- Masi.
Eransi Iacopo e Piero figliuoli di Dante, de’ quali ciascuno era dici- tore in rima, per persuasioni di al- cuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro sì petesse, supplire la paterna opera, acciocchè imper- fetta non rimanesse; quando a Ia- copo, il quale era in ciò molto più che l’altro fervente, apparve una mi- rabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fussero li tredici canti, li quali alla divina Commedia mancavano, e da loro non saputi tro- vare. Raccontava uno valente uomo ravegnano, il cui nome fu Piero Giar- dino, lungamente discepolo stato di Dante, che dopo l'ottavo mese dal di della morte del suo maestro, era una notte, vicino all’ ora che noi chiamiamo mattutmo, venuto a casa
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sua il predetto Iacopo, e dettogli sè quella notte, poco avanti a quell’ ora, avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vesti- menti e di una luce non usata ri- splendente nel viso, venire a lui, il quale gli pareva domandare se egli viveva; e udire da lui per risposta di sì, ma della vera vita, non della nostra. Perchè, oltre a questo, gli parea ancora domandare, s’egli avea compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita, e se compiu- ta l’avea, dove fusse quello che vi mancava, da loro giammai non po- tuto trovare. A questo gli parea la seconda volta udire per risposta: Sì, io la compiei. E quinci gli parea che °l prendesse per mano e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea, e toccando una parete di quella, di- ceva: Egli è quì quello che voi tanto avete cercato. E questa parola detta, ad un’ora e ’1 sonno e Dante gli parve che si partissono. Per la qual
12% cosa affermava, sè non essere po- tuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto avea, acciocchè in- sieme andassero a cercare nel luogo mostrato a lui (il quale egli ottima- mente aveva nella memoria segnato) a vedere se vero spirito o falsa de- lusione questo gli avesse disegnato. Per la qual cosa, restando ancora gran pezzo di notte, mossisi insieme, vennero alla casa nella quale Dante quando morì dimorava: e chiamato colui che allora in essa dimorava, e dentro da lui ricevutivi, vennero al mostrato luogo e quivi trovaro una stuola al muro confitta, la quale leg- germente levatane, vidono nel muro una finestretta da niuno di loro mai più veduta, nè saputo ch’ ella vi fusse, e in quella trovaro alquante scritte, tutte per l’ umidità del muro muffate e vicine al corrompersi, se guari più state vi fussono ; e quelle pianamente della muffa purgate, leggendole, vi- dero contenere li tredici canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lie-
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tissimi, quelli riscritti, secondo l'u- sanza dello autore prima gli manda- rono a messer Cane della Scala, e poi alla imperfetta opera ricongiun- sero come sì conveniva. In cotal ma- niera l’opera in molti anni compilata sì vide finità.
Muovono molti, e in tra essi al- cuni savi uomini, generalmente una questione così fatta: che conciofos- secosachè Dante fusse in iscienza so- lennissimo uomo, perchè a comporre così grande, di si alta materia e sì notabile libro, com’ è questa sua Com- media, nel fiorentino idioma sì dispo- nesse, e perchè non più tosto in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A così fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due tra le altre principali me ne occorrono; delle quali la prima è, per fare utilità più comune a’ suoi cittadini ed agli altri Italiani; conoscendo che se me- tricamente in latino, come gli altri poeti passati avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile, e scri-
129 vendo in vulgare fece opera mai più non fatta, e non tolse il non poter essere inteso da’ letterati; e mostran- do la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, di- letto e intendimento di sè diede agli idioti, abbandonati per addietro da ciascheduno. La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Veden- do egli i liberali studi del tutto ab- ° bandonati, e massimamente da’ prin- cipi e dagli altri grandi uomini, a’ quali si solevano le poetiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Vergilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate; avendo egli incominciato, secondochè l'altezza della materia ri- chiedeva, in questa guisa:
L'Itima regna canam, fluido contermina [mundo, Spiritibus que lata patent. que premia [solvunt Pro meritig cuicumque suis, etc. il lasciò stare ; e immaginando invano 9
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le croste del pane porsi alla bocca di coloro che ancora il latte suggono, in istile atto a’ moderni sensi rico- minciò la sua opera e preseguilla in volgare.
Questo libro della Commedia, se- condo il ragionare d’ alcuni, intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa. La prima parte, cioè l’ Inferno, intitolò a Uguccione della Faggiuola, il quale allora in Toscana erà signore di Pisa mirabilemente glorioso. La seconda parte, cioè il Purgatorio, intitolò al marchese Moruello Malaspina. La ter- za parte, cioè il Paradiso, a Federigo terzo re di Cicilia. Alcuni vogliono dire, lui averlo intitolato tutto a mes- ser Cane della Scala, ma quale si sia di queste due la verità, niuna cosa altra ne abbiamo che solamente il volontario ragionare di diversi; nè egli è sì gran fatto che solenne in- vestigazione ne bisogni.
Similemente questo egregio auto-
181 re nella venuta di Arrigo VII im- peradore fece uno libro in latina pro- sa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso determina, in tre libri divise. Nel primo, loicalmente disputando, pruo- va che al ben essere del mondo sia di necessità essere l’imperio ; la quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti istoriografi proceden- do, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio: che è la se- conda quistione. Nel terzo, per ar- gomenti teologici pruova l’ autorità dello imperio immediatamente pro- cedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come gli cherici pare chè vogliano; e questa è la terza quistione. Questo libro più anni dopo la morte dello autore fu dannato da messer Beltrando cardinale del Pog- getto e legato del papa nelle parti di Lombardia, sedente papa Giovanni XXII. E la cagione ne fu, percioc- chè Lodovico duca di Baviera, dagli . elettori della Magna eletto in re de’
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Romani, venendo per la sua corona- zione a Roma, contr’ al piacere del detto papa Giovanni, essendo in Ro- ma, fece contro agli ordinamenti ec- clesiastici uno frate minore, chiamato frate Piero della Corvara, papa, e molti cardinali e vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E nata poi in molti casi della sua autorità quistione, egli e’ suoi seguaci, trovato questo libro, a difensione di quella e di sè molti degli argomenti in esso posti cominciarono ad usare; per la quale cosa il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto famoso. Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, gli suoi seguaci, e massimamente 1 chericì venuti al dichino e dispersi; il detto cardinale, non essendo chi a ciò si opponesse, avuto il soprascritto libro, quello in pubblico, siccome cose ere- tiche contenente, dannò al fuoco. E 71 simigliante si sforzava di fare delle ossa dello autore a eterna infamia e confusione della sua memoria, se a
188 ciò non si fusse opposto uno valo- roso e nobile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale allora a Bologna, dove ciò sì trattava, si trovò, e con lui messer Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del cardinale di sopra detto. |
Oltre a questo compose il detto Dante due Egloghe assai belle, le quali furono intitolate e mandate da lui per risposta di certi versi man- datigli, al maestro Giovanni del Vir- gilio, del quale di sopra altra volta è fatta menzione. Compose ancora un Commento in ‘prosa in fiorentino vulgare sopra tre delle sue Canzoni distese, comecchè egli appaia lui avere avuto intendimento, quando il cominciò, di commentarle tutte, ben- chè poi o per mutamento di propo- sito o per mancamento di tempo che avvenisse, più commentate non se ne trovano da lui; e questo intitolò Con- ricio, assai bella e laudevole ope- retta.
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Appresso, già vicino alla sua mor- te, (') compose uno libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vwwl- gari eloquentia, dove intendeva di dare dottrina a chi imprendere la volesse, del dire in rima; e comecchè per lo detto libretto apparisca lui avere in animo di dovere in ciò comporre quattro libri, o che più non ne fa- | cesse dalla morte soprappreso, o che perduti sieno gli altri, più non appa- riscono che due solamente. Fece an- cora questo valoroso poeta molte Pì}- stole prosaiche in latino, delle quali appariscono ancora assai. Compose
(1) Nel XII Capo della Volgare Eloquenza Dante biasima siccome vivo e tuttora possente Giovanni Marchese di Monferrato, che morì nei primi giorni .dell’ anno 1305. Dante adunque innanzi a que’ giorni compose il Capo XII, ed ingannossi Gio- vanni Boccaccio nel credere che la Volgare Elo- quenza fosse stata scritta poco innanzi la morte del suo autore. Insieme con Giovanni di Monfer- rato s’ ascoltano amaramente ripresi ancora il Mar- chese Azzo VIII di Este, Carlo Re di Napoli e Fe- derigo Re di Sicilia; de’ quali cessò di vivere il primo nel 31 gennaio 1308, l’ altro nel 3 Maggio 1300, e l’ultimo per lunghi anni sopravvisse al poeta.
(Dal Veltro allegorico dei Ghibellini di Carlo Troya $ II.)
135 molte Canzoni distese, Sonetti e Bal- late assai e d’amore e morali, oltre a quelle che nella sua Vita Nuova appariscono; delle quali cose non curo di fare speziale menzione al presente.
In così fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò il chiaris- simo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini private e pubbliche ed a’ vari flut- tuamenti della iniqua fortuna potè imbolare: opere troppo più a Dio e agli uomini accettevoli che gl’ ingan- nì, le fraudi, le menzogne, le rapine e ì tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cer- cando per diverse vie uno medesimo termine, cioè il divenire ricchi, quasi in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche! una brieve particella di un’ora, se- parato dal caduco corpo lo spinto, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerà, e ’1 tempo, nel quale ogni cosa suol cofisumarsi, o annullerà
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prestamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con grande vergogna di lui serverà; il che del nostro poeta certo non avverrà, anzi, siccome noi veggiamo degli strumenti bellici addivenire che nell’ usarli di- ventano più chiari, così avverrà del suo nome; egli per essere stropic- ciato dal tempo, sempre diventerà più lucente. E però fatichi chi vuole nelle sue vanità, e bastigli l’ essere lasciato fare, senza volere con ripren- sione da sè medesimo non intesa, l’altrui virtuoso operare andare mor- dendo.
Mostrato è sommariamente quale fusse l'origine e gli studi e la vita e i costumi, e quali sieno le opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta clarissimo, e con esse alcun’ altra cosa, facendo tra- sgressione, secondo che conceduto mi ha Colui che di ogni grazia è donatore. Ben so che per molti altri molto meglio e più discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa
137 quello che sa, più non gli è richiesto. Il mio avere scritto come io ho sa- puto, non toglie il poter dire ad un altro, che meglio ciò creda di scri- vere che io non ho fatto: anzi forse se lo in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno trovo averlo fatto. Ma la mia fatica ancora non è alla sua fine. Una particella, nel processo pro- messa di questa operetta, mi resta a dichiarare, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando di lui era gravida, veduto da lei; del quale io quanto più brievemente saprò e potrò intendo di deliberarmi, e porre fine al ragionare.
Vide la gentile donna nella sua gravidezza sè a’ piè di uno altissimo alloro, a lato ad una chiara fontana partorire un figliuolo, il quale di so- pra altra volta narrai, in brieve tempo, pascendosi delle orbacche di quello alloro cadenti e delle onde della fon- tana, divenire un gran pastore e vago
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molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; alle quali avere mentrechè egli sì sforzava, le pareva ch'egli cadesse: e subitamente non lui, ma di lui uno bellissimo paone le parea vedere. Dalla quale mara- viglia la gentile donna commossa, ruppe, senza vedere di lui più avanti, Il dolce sonno (!).
La divina bontà, la quale abe- terno, siccome presente ogni cosa futura previde, suole, da sua propria benignità mossa, qualora la natura, sua generale ministra, è per produ- cere alcuno inusitato effetto in tra’ mortali, di quello con alcuna dimo- strazione o in segno o in sogno o in altra maniera farci avveduti, accloc- chè dalla predimostrazione argomen- to prendiamo, ogni conoscenza con- sistere nel Signore della natura pro- ducente ogni cosa: la quale predi- mostrazione, se bene si riguarda, ne
(I) V'è chi mette in dubbio tal sogno. Ma a parte ogni superstizione, non 8'è egli dato tal- volta che qualche sogno ha, si può dire, quasi preceluto od accompagnato notevoli avvenimenti?
139 fece nella venuta del poeta, del quale tanto è di sopra parlato, nel mondo. E a quale persona la poteva egli fare che con tanta affezione e veduta e servata l'avesse, quanto a colei che della cosa mostrata dovesse es- sere madre, anzi già era? Certo a niuna mostrollo ; dunque a lei. E quel. lo ch’egli a lei mostrasse ci è già manifesto per la scrittura di sopra, ma quello ch’ egli intendesse con più acuto occhio è da vedere. Parve adun- que alla donna partorire uno figliuolo, e certo così fece ella infra picciolo termine dalla veduta visione. Ma che vuole significare l’alto alloro sotto il quale il partorisce, è da vedere.
Opinione è degli astrologhi e di molti naturali filosofi, per la virtù e per l'influenza dei corpi superiori gl’ inferiori e producersi e nutricarsi, e, se potentissima ragione da divina grazia illuminata non resiste, gui- darsi. Per la qual cosa, veduto quale corpo superiore sla più possente nel grado che sopra l'orizzonte sale in
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quella ora che alenno nasce, secondo quello cotale corpo più possente, anzi secondo le sne qualità, dicono del tutto il nato disporsi. Perchè per lo alloro, sotto il quale alla donna pa- rea il nostro Dante dare al mondo, mi pare che sia da intendere la di- sposizione del cielo, la quale fu nella sua nativitade mostrare sè essere tale, che magnanimità ed eloquenza poe- tica dimostrava: le quali due cose significa lo alloro, àlbore di Febo, e delle cui fronde li poeti sono usi di coronarsi, come di sopra è già mo- strato assai. (!) Le orbacche, delle quali nutrimento prendea il fanciullo nato, gli effetti da così fatta dispo- sizione di cielo, quale è mostrata, già proceduti, intendo: li quali sono
(1) Anche Dante credeva agl’ influssi celesti e ripeteva in gran parte il dono della sna intelli- genza dall’ essere nato nel tempo che la terra tro- vavasi sotto la costellazione de’ Gemini, siccome aveva pure di lui pensato Brunetti Latini. Intatti egli, nel XXII del Paradiso, estasiato, scrive di quella costellazione:
O gloriose stelle, 0 lume pregno Di gran virtù, dal quale io riconosco Tutto, qual che si sia, il mio ingegno!
141 1 libri poetici e le loro dottrine, da’ quali libri e dottrine fu altissimamen- te nutricato, cioè ammaestrato il no- stro Dante. Il fonte clarissimo, della cui acqua le parea che questi bevesse, niuna altra cosa giudico che sia da intendere, se non la ubertà della fi- losofica. dottrina morale e naturale, la quale, siccome dalla ubertà nasco- sta nel ventre della terra procede, così queste dottrine dalle copiose ra- gioni dimostrative (che terrena uber- tà sì possono dire) prendono essenza e cagione: senza le quali, così come il cibo non può bene disporsi, senza bere, negli stomachi di chi ’1 prer.de, così non sì può alcuna scienza bene negl’intelletti adattare di nessuno, se dalli filosofici dimostramenti non è ordinata e disposta. Perchè otti- mamente possiamo dire, lui colle chiare onde, cioè colla filosofia, di- sporre nel suo stomaco, cioè nel suo intelletto, le orbacche delle quali si pasce, cioè la poesia, la quale (come
142. è già detto) con tutta la sua solle- citudine studiava.
Il divenire subitamente pastore ne mostra la eccellenza del suo in- gegno, in quanto subitamente fu tanto e tale, che in brieve spazio di tempo comprese per istudio quello che op- portuno era a divenire pastore, cioè datore di pastura agli altri ingegni di ciò bisognosi. È siccome assai leggermente può ciascuno compren- dere, due maniere sono di pastori; l’una sono pastori. corporali, l’ altra sono pastori spirituali: li corporali pastori sono di due maniere, delle quali la prima'è quella di coloro che volgarmente da tutti appellati sono pastori, cioè i guardiani delle pecore e de’ buoi e di qualunque altro ani- male; la seconda maniera sono i pa- dri delle famiglie, dalla sollecitudine de’ quali convengono essere pasciute e guardate e governate le gregge de’ figliuoli e de’ servidori e degli altri suggetti di quelli. Gli spirituali pastori similemente si possono . dire
143 di due maniere, delle quali l’ una è quella di coloro li quali pascono le anime de’ viventi della parola di Dio; e questi sono 1 prelati, i pre- dicatori, i sacerdoti, nella cui custo- dia sono commesse le anime labili di qualunque sotto il governo a ciascuno ordinato dimora: l’altra è quella di coloro li quali, d’ottima dottrina, o leggendo quello che lì passati hanno scritto, o scrivendo di nuovo ciò che loro pare o non tanto chiaro mostrato o omesso, informano e gli animi e gl’intelletti degli ascoltanti o de’ leggenti; li quali generalmente dot- tori, in qual che facultà si sia, sono appellati. Di questa maniera di pa- storì subitamente, cioè iu poco tempo, divenne ìl nostro poeta. E che ciò sia vero, lasciando stare le altre opere da lui compilate, riguardisi la sua Commedia, la quale colla dolcezza e bellezza del testo pasce non sola- mente gli uomini, ma i fanciulli e le - femmine; e conla mirabile soavità de’ profondissimi sensi sotto quella na-
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scosì, poichè alquanto gli ha tenuti sospesi, ricrea e pasce i solenni in- telletti. Lo sforzarsi ad avere di quelle frondi, il frutto delle quali l’ha nu- tricato, niuna altra cosa ne mostra, che l'ardente desiderio avuto da lui (come di sopra sì dice) della corona laurea; il quale per nulla altro si desidera, se non per dare testimo- nianza del frutto. Le quali frondi, mentrechè egli più ardentemente de- siderava, lui, dice, che vide cadere; il quale cadere niun’altra cosa fu, se non quello cadimento che tutti facciamo senza levarci, cioè il morire, il quale (se ben si ricorda di ciò che di sopra è detto) gli addivenne quan- do più la sua laureazione desiderava.
Seguentemente dice, che di pa- store subitamente il vide divenuto uno paone; per lo quale mutamento assai bene la sua posterità compren- dere possiamo, la quale comecchè nell’ altre sue opere stea, somma- mente vive nella sua Commedia, la quale, secondo il mio giudicio, otti-
145 mamente è conforme al paone, se le proprietà dell’ uno e dell'altra si guarderanno. Il paone fra l’ altre sue proprietadi, per quello che ne appaia, ne ha quattro notabili. La prima si è, ch’egli ha penna angelica, e in quella ha cento occhi; la seconda si è, ch'egli ha sozzi piedi e tacita an- datura; la terza si è, ch'egli ha voce molto orribile ad udire; la quarta ed ultima si è, che la carne sua è odorifera e incorruttibile. Queste quat- tro cose ha in sè la Commedia del nostro poeta pienamente; ma per- ciocchè acconciamente l’ ordine posto di quelle non si può seguire, come verranno più in concio or l’una or l’ altra le verrò adattando, e comin- cerommi dall’ ultima.
Dico che il senso della nostra Commedia è simigliante alla carne del paone, perciocchè esso, o morale o teologo che tu il di’, a quale parte più del libro ti piace, è semplice e immutabile verità, la quale non so- lamente corruzione non può ricevere,
lo
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ma quanto più si ricerca, maggiore odore della sua incorruttibile soa vità porge a’ riguardanti. E di ciò leg- germente molti esempli si mostrereb- bono, se la presente materia il so- ‘stenesse; e però senza porne alcuno, lascio il cercarne agl’ intendenti. An- gelica penna dissi che copria questa carne; e dico angelica, non perchè 10 sappia se così fatte o altrimenti gli angeli ne abbiano alcuna, ma congetturando e immaginando a gui- sa di mortali, e udendo che gli an- geli volino, avviso loro dovere aver penne; e non sappiendone alcuna fra questi nostri uccelli più bella, nè più: peregrina, nè così come quella del paone, immagino loro così do- verle avere fatte; e però non quelle da queste, ma queste da quelle di- nomino, perchè più nobile uccello è l'angelo che ’1 paone. Per le quali penne, onde questo corpo sì cuopre, intendo” la bellezza della peregrina istoria, che nella superficie della let- tera della Commedia suona; siccome
147 l’sssere disceso in inferno, e veduto l’abito del luogo e le varie condi- zioni degli abitanti; l’essere ito su per la montagna del Purgatorio, e udite le lacrime e i lamenti di co- loro che sperano di essere santi; e quindi salito in Paradiso, e l’ ineffa- bile gloria de’ beati veduta; istoria. tanto bella e tanto peregrina, quanto mai da alcuno non fu pensata non che udita: distinta in cento canti, sic- come alcuni vogliono il paone avere nella coda cento occhi: li quali canti così provvedutamente distinguono le varietà del trattato opportune, come gli occhi distinguono i colori o la diversità delle cose obiette. Dunque bene è di angelica penna coperta la carne del nostro paone.
Sono similemente a questo paone li piè sozzi, e l'andatura queta: le quali cose ottimamente alla Comme- dia del nostro autore si confanno; perciocchè siccome sopra i piedi pare che tutto il corpo si sostenga; così prima facie pare che sopra il modo
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del parlare ogni opera in iscrittura composta si sostenga; e "1 parlare vulgare, nel quale e sopra il quale ogni giuntura della Commedia si so- stiene, a rispetto dell’ alto e maestre- vole stilo litterale (') che usa cia- schedun altro poeta, è sozzo, comec- chè egli sia più che gli altri bello e agli odierni ingegni conforme. Lo andare queto significa la umiltà dello stilo, il quale nelle commedie di ne- cessità sì richiede, come coloro sanno che intendono che vuol dire com- media.
Ultimamente dico, che la voce del paone è orribile, la quale, co- mecchè la soavità delle parole del nostro poeta sia molta quanto alla prima apparenza, senza niuno fallo a chi bene le midolle dentro rag- guarderà, ottimamente a lui si confà. Chi più orribilmente grida di lui quando con invenzione acerbissima morde le colpe di molti viventi, e
(1) Il latino, allora de’ letterati. Ma leggasi ciò che scrisse Dante nel Convifo, Tratt. I Capitoli 8 e 9.
149 quelle de’ preteriti gastiga? Quale voce è più orrida che quella del ga- stigante a colui ch’è disposto a pec- care? certo niuna. Egli ad un'ora colle sue dimostrazioni spaventa i buoni e contrista i malvagi; per la quale cosa quanto in questo adopera, tanto veramente orrida voce sì può dire avere. Per la qual cosa, e per le altre di sopra toccate, assai appare colui che fu vivendo pastore, dopo la morte essere divenuto paone, sic- eome credere sì puote essere stato per divina inspirazione nel sonno mo- strato alla cara madre.
Questa esposizione del sogno della madre del nostro poeta conosco es- sere assai superficialmente per me fatta; e questo per più cagioni. Pri- nuieramente, perchè forse la suffi- cienza che a tanta cosa si richiede- rebbe, non ci era; appresso, posto che stata ci fusse, la principale in- tenzione nol pativa; ultimamente, quando e la sufficienza ci fusse stata e la materia l’avesse patito, era ben
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fatto da me non essere più detto che detto sia; acciocchè ad altrui più di me sufficiente e più vago, alcuno luo- go sì lasciasse di dire. E perciò quello che per me detto n'è, quanto a me .dee convenevolmente bastare, e quel- lo che manca, rimanga nella solleci- tudine di chi segue.
La mia piccioletta barca è per- venuta al porto, al quale ella dirizzò la proda partendosi dall’ opposito lito; e comecchè il peleggio sia stato pic- ciolo, e ’1 mare, il quale ella ha sol- cato, basso e tranquillo, nondimeno di ciò che senza impedimento è ve- nuta, ne sono da rendere grazie a Colui che felice vento ha prestato alle sue vele; al quale con quella umilità, con quella divozione, con quella affezione che 10 posso mag- giore,. non quelle, nè così grandi come elle si converrieno, ma quelle che io posso, rendo; benedicendo in eterno il suo nome e il suo valore.
151 Nota A a pagina 68.
Tali versi sono nell' edizione della Vita di Daate - Firenze 1723 - e tradotti suonano come appresso :
« Il teologo Dante, illustre in tutte le uiscipline che la filosofia può contenere nel dotto suo seno; gloria delle Muse, autore graditissimo al volgo; egli che ai gelidi morti assegna, secondo logica e rettorica, le sorti, qui giace ; e la sua fama si esten- de dall’ uno all’ altro polo.
Egli dava anche, da ultimo, luce di sè nella poesia pastorale, ma abi! la livida Atropo troncò l’ opera lieta.
La spietata patria, l’ingrata Firenze rese un triste guiderdone — l’ esilio — al suo poeta, che la pietosa Ravenna è felice di avere accolto, ospite del glorioso duca Guido Novello.
Riedette al Cielo negli anni del Signore 1821, il 14 settembre >».
Ma nella edizione di Milano (1828) sono ripro- dotti altri dodici versì che debbono formare due epitaffi distinti.
Essi sono i seguenti:
I.
Inclyta fama cuius universum penetrat orbem Dantes Aligherii, Florenti genitus urbe : Conditor eloquii numen, decusque Musarum, Vulnere seva necis stratus, ad sydera tendens, Dominicis annis ter septem mille trecentis, Septembris idibus presenti clauditur aula.
La traduzione ne è questa:
« Dante Alighieri, l’ inclita fama del quale si spande per tutto il mondo; nato nella città di Firenze, fondatore dello splendor della lingua, onore delle Muse, abbattuto da colpo di crudel morte, tendendo al Cielo, negli anni del Signore 15321, a’ 14 di settembre, fu rinchiuso in questo sepolcro »,
152 I.
Jura Monarchiae, Superos, Phlegetunta lacusque Lustrando cecini, voluerunt fata quousque ; Sed quia pars cessit melioribus hoxpita castria, Auctoremque suum pettit felicior astria,
Hic claudor Dantes, patriis extorris ab orix, Quem genuit parvi Florentia mater amoria.
Quest'ultimo epitaffio sta scolpito sulla tomba del Poeta a Ravenna, e vuolsi composto, per sè stesso, da Dante poco innanzi la morte.
Tradotto, così suona:
« Cantai i diritti della Monarchia e, visitandoli, i euperni regni (!) Flegetonte e i laghi (?) finchè lo permisero i fati: ma poichè una parte di me s'a- derse ad abitare luoghi migliori e più fortunata raggiunse il suo Creatore in Cielo, qui son chiuso io, Dante, esiliato dalla patria — io, cui diede i natali Firenze, madre poco amorosa, »
1) PURGATORIO E PARADISO.
LE VITE
DI
DANTE e ve. PETRARCA
SCRITTE DA
LEONARDO ARETINO
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PROHEMIUM. | IN VITA DANTIS ET FRANCISCI PETRARUHAB PER | LEONARDUM ARRETINUM INCIPIT
Avendo in questi giorni posto fine a un’ opera assai lunga, mi venne appetito di volere, per ristoro dell’ affaticato in- gegno, leggere alcuna cosa vulgare; pe- rocchè come nella mensa un medesimo cibo, così negli studi una medesima le- zione continuata rincresce. Cercando adun- que con questo proposito, mi venne alle mani un’ Operetta del Boccaccio intitolata Della vita, costumi e studi del claris- simo Poeta. DANTE, la quale Opera, benchè da me altra volta fusse stata di-- ligentemente letta, pur’ al presente esa- minata di nuovo, mi parve che il nostro Boccaccio, dolcissimo e suavissimo uomo, così scrivesse la vita, e i costumi di tanto sublime Poeta, come se a scrivere avesse il Filocolo, o il Filostrato, o la Fiammetta;
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perocchè tutta d'amore, é di sospiri, e di cocenti lagrime è piena; come se l’ uomo nascesse in questo mondo, solamente per ritrovarsi in quelle dieci Giornate amo- rose, nelle quali da Donne innamorate, e da Giovani leggiadri raccontate furono le cento Novelle; e tanto ss’ infiamma in queste parti d’ amore, che le gravi e su- stanzievoli parti della vita di Dante lascia in dietro, e trapassa con silenzio, ricor- dando le cose leggieri, e tacendo le gravi. Io dunque mi posi in cuore per mio spasso scriver di nuovo la Vita di Dante con maggior notizia delle cose stimabili.
Nè questo faccio per derogare al Boc- caccio; ma perchè lo scriver mio sia quasi un supplimento allo scriver di lui; ed aggiungerò poi la Vita del Petrarca, per- chè la notizia, e la fama di questi due Poeti, grandemente reputo appartenere alla gloria della Città nostra.
Vegniamo dunque prima al fatto di Dante.
LEONARDO BRUNI (1003- IF4 )
VITÀ DI DANTE
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‘ Vita Dantis ,, Poetae clarissimi incipit.
I maggiori di Dante furono in Firenze di molto antica Stirpe, in- tantochè lui pare volere in alcuni luoghi i suoi Antichi essere stati di quelli Romani che posero Firenze; ma questa è cosa molto incerta, e secondo mio parere, niente è altro che indovinare. Di quelli che io ho notizia, il tritavolo suo fu messer Cacciaguida cavalier Fiorentino, il quale militò sotto l’ Imperator Cur- rado. Questo messer Cacciaguida eb- be due fratelli, l'uno chiamato Mo- ronto, l’altro Eliseo. Di Moronto non si legge alcuna successione; ma da Eliseo nacque quella famiglia no- minata gli Elisei, e forse anche pri- ma avevano questo nome. Di messer Cacciaguida nacquero gli Aldighieri, così nominati da un suo figliuolo, il quale ‘per stirpe materna ebbe nome
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Aldighieri. Messer Cacciaguida, e i Fratelli e i loro Antichi abitarono quasi in sul canto di Porta San Piero, dove prima vi s'entra da Mercato Vecchio nelle case, che ancora oggi si chiamano delli Elisei, perchè a loro rimase l’ antichità. Quelli di Mes- ser Cacciaguida detti Aldighieri abi- tarono in su la piazza dietro a San Martino del Vescovo dirimpetto alla via, che va a casa i Sacchetti; e dell’ altra parte si stendono verso le case de’ Donati, e de’ Giuochi. Nac- que Dante nelli anni Domini 1265, poco dopo la tornata de’ Guelfi in Firenze, stati in esilio per la scon- fitta di Montaperti. Nella puerizia sua nutrito liberalmente, e dato a Precettori delle Lettere, subito ap- parve in lui ingegno grandissimo, e attissimo a cose eccellenti. Il padre suo Aldighieri perdè nella sua pue- rizia; nientedimanco confortato da' Propinqui, e da Brunetto Latini, va- lentissimo uomo secondo quel tempo, non solamente a litteratura, ma a
161 degli altri studi liberali si diede; mente lasciando indietro, che appar- tenga a far l’uomo eccellente. Nè per tutto questo sì racchiuse in ozio nè privossi del secolo, ma vivendo, e conversando con li altri giovani di sua età, costumato ed accorto, e va- loroso ad ogni esercizio giovanile si trovava; intantochè in quella batta- glia memorabile e grandissima, che fu a Campaldino, lui giovane e bene stimato si trovò nell’armi combat- tendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera dove portò gravissimo pericolo.
Perocchè la prima battaglia fu delle schiere equestri, cioè de’ Ca- valieri, nella quale i Cavalieri, che erano dalla parte delli Aretini con tanta tempesta vinsero, e superchia- rono la schiera de’ Cavalieri Fioren- tini, che sbarattati, e rotti bisognò tuggire alla schiera pedestre. Questa rotta fu quella che fe’ perdere la battaglia alli Aretini, perchè i lo- ro Cavalieri vincitori, perseguitando
il
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quelli, che fuggivano per grande di- stanza, lasciarono addietro la loro pedestre schiera; sicchè da quindi innanzi in niun luogo interi combat- terono, ma 1 Cavalieri soli, e di per sè senza sussidio de’ Pedoni, e i Pe- doni poi di per sè senza sussidio de’ Cavalieri. Ma dalla parte de’ Fioren- tini addivenne il contrario; che, per esser fuggiti i loro Cavalieri alla schiera pedestre, si ferono tutti un Corpo, e agevolmente vinsero prima i Cavalieri e poi i Pedoni. Questa battaglia racconta Dante in una sua Epistola, e dice esservi stato a com- battere, e disegna la forma della bat- taglia. E per notizia della cosa, sa- pere dobbiamo, che Uberti, Lam- berti, Abati, e tutti li altri Usciti di Firenze erano con li Aretini; e tutti li Usciti d’ Arezzo, Gentiluomini, e Popolani e Guelfi, che in quel tempo tutti erano scacciati, erano co’ Fio- rentini in questa battaglia. E per questa cagione le parole scritte in Palagio dicono Sconfitti î Ghibellini
i
168 a Certomondo, e non dicono Scon- fitti gli Aretini acciocchè quella parte delli Aretini, che fu col Comune a vincere, non si potesse dolere. Tornando dunque al nostro pro- posito, dico che Dante virtuosamente si trovò a combattere per la Patria in questa battaglia. E vorrei che il Boccaccio nostro di questa virtù aves- se fatto menzione più che dell’ amore di nove anni, e di simili leggierezze, che per lui si raccontano di tanto uomo. Ma che giova a dire: la lingua pur va dove il dente duole; e a chi piace il bere sempre ragiona di vini. Dopo questa battaglia tornatosi
Dante a casa, alli studi più ferven- . temente che prima sì diede; e non-
dimanco niente tralasciò delle con- versazioni urbane, e civili. E era mi-
rabil cosa, che studiando continua- : mente, a niuna persona sarebbe pa-
ruto, che egli studiasse per l’ usanza
. lieta, e conversazione giovanile. Per ‘ la qual cosa mi giova riprendere l’er- rore di molti ignoranti, i quali cre-
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dono, niuno essere studiante se non quelli che si nascondono in solitu- dine ed in ozio. E io non vidi mai niuno di questi camuffati, e rimossi dalla conversazione delli uomini, che sapesse tre lettere. L’ingegno gran- de e alto non ha bisogno di tali tormenti; anzi è verissima conclu- sione, e certissima, che quelli che non apparano tosto, non apparano mai; sicchè stranarsi e levarsi dalla conversazione è al tutto di quelli che niente son atti col loro basso ingegno ad imprendere. Nè solamente conversò civilmente Dante con li uomini, ma ancora tolse moglie in sua giovanezza, e la moglie sua fu gentildonna della famiglia de’ Do- nati chiamata per nome Madonna Gemma, della quale ebbe più figliuoli, come in altra parte di quest’ opera dimostreremo. Qui il Boccaccio non ha pazienza, e dice le mogli esser contrarie alli studi; e non sì ricorda che Socrate, il più nobile filosofo che mai fusse, ebbe moglie e figliuoli, e
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ufici nella Repubblica della sua Città. E Aristotile, che non si può dir più la di sapienza, e di dottrina, ebbe due mogli in vari tempi, e ebbe fi- gliuoli e ricchezze assai. E Marco Tulio, e Catone, e Varrone, e Seneca, latini, sommi filosofi tutti, ebbero moglie, ufici e governi nella Repub- blica. Sicchè, perdonimi il Boccaccio, i suol giudicii sono molto fievoli in questa parte, e molto distanti dalla vera opinione. L'uomo è animale ci- vile, secondo piace a tutti i filosofi: la prima congiunzione, dalla quale multiplicata nasce la Città, è marito e moglie, nè cosa può esser perfetta dove questo non sia, e solo questo amore è naturale, legittimo e per- messo. Dante adunque tolto donna e vivendo civilmente, ed onesta e studiosa vita, fu adoperato nella Re- pubblica assai, e finalmente, perve- nuto all’età debita, fu creato de’ Priori, non per sorte come s'’ usa al presente, ma per elezione, come in quel tempo si costumava di fare.
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Furono nell’uficio del Priorato con lui Messer Palmieri degli Alto- viti, e Neri di messer Iacopo degli Alberti, ed altri Collegi, e fu questo . Priorato nel milletrecento. Da questo Priorato nacque la cacciata sua, e tutte le cose avverse che egli ebbe nella vita, secondo lui medesimo scri- ve in una sua Epistola della quale le parole son queste:
e Tutti li mali e tutti l’inconve- « nienti miei dalli infausti comizi « del mio Priorato ebbero cagione « e principio; del quale Priorato « benchè per prudenza io non fossi degno, nientedimeno per fede, e « per età non ne era indegnò, pe- rocchè dieci anni erano già passati dopo la battaglia di Campaldino, « nella quale la parte Ghibellina fu « quasi al tutto morta e disfatta, « dove mi trovai non fanciullo nel- « l’armi, e dove ebbi temenza molta, « e nella fine grandissima allegrezza « per li vari casi di quella battaglia. »
Queste sono le parole sue.
A
&
R
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Ora la cagione di sua cacciata voglio particularmente raccontare; perocchè è cosa notabile, e il Boc- caccio se ne passa così asciuttamente, che forse non li era così nota come a noi, per cagione della storia, che abbiamo scritta.
Avendo prima avuto la città di Firenze divisioni assai tra Guelfi, e Ghibellini, finalmente era rimasa nel- le mani dei Guelfi; e stata assai lungo spazio di tempo in questa forma, so- pravvenne di nuovo un’altra mala- dizione di parte in tra’ Guelfi me- desimi, i quali reggevano la Repub- blica; e fu il nome delle parti, Bian- chi e Neri. Nacque questa perversità prima ne’ Pistolesi, e massime nella famiglia de’ Cancellieri. Ed essendo già divisa tutta Pistoia, per porvi rimedio fu ordinato da’ Fiorentini che i Capi di queste Sette venissero a Firenze, acciocchè là non faces- sero maggior turbazione.
Questo rimedio fu tale che non tanto di bene fece a’ Pistolesi, per
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levar loro 1 Capi, quanto di male fece a’ Fiorentini, per tirare a sè quella pestilenza. Perocchè avendo i Capi in Firenze parentadi e amicizie assai, subito accesero il fuoco con maggiore incendio, per diversi fa- vori, che aveano da’ parenti e dalli amici, che non era quello, che lasciato aveano a Pistoia.
E trattandosi di questa materia publice et privatim, mirabilmente si apprese il mal seme, e divisesi la città tutta in modo, che quasi non vi fu famiglia nobile, nè plebea, che in sè medesima non sì dividesse; nè vi fu uomo particulare di stima al- cuna, che non fusse dell'una delle sette. E trovossi la divisione essere tra’ fratelli carnali, che }’ uno di qua, e l’altro di là teneva.
Essendo già durata la contesa più mesi, e multiplicati gl’inconvenienti non solamente per parole, ma ancora per fatti dispettosi e acerbi comin- ciati tra” Giovani, e discesi tra gli uomini di matura età, la città stava
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tutta sollevata e sospesa. Avvenne che essendo Dante de’ Priori, certa ragunata si fè per la parte de’ Neri nella Chiesa di Santa Trinita. Quello che trattassero fu cosa molto segreta, ma l’effetto fu di far opera con papa Bonifazio Ottavo, il quale allora se- deva, che mandasse a Firenze Mes- ser Carlo di Valois de’ Reali di Fran- cia, a pacificare e a riformare la città.
Questa ragunata sentendosi per l’altra parte de’ Bianchi, subito se ne prese suspizione grandissima, in tantochè presero l’armi e fornironsi d’amistà, e andarono a’ Priori, ag- gravando la ragunata fatta e l'avere con privato consiglio presa delibera- zione dello stato della Città; e tutto aver fatto, dicevano, per cacciarli di Firenze; e pertanto domandavano a’ Priori che facessero punire tanto presuntuoso eccesso. Quelli che ave- vano fatta la ragunata, temendo an- cora essi, pigliarono l’ armi, e appres- so a’ Priori sì dolevano delli avver- sari, che, senza deliberazione pub-
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blica s'erano armati e fortificati; affer- mando che sotto vari colori li voleva- no cacciare ; e domandavano a’ Priori che li facessero punire, sì come turba- tori della quiete pubblica. L’ una Par- te e l’altra di fanti e d’ amistà fornite s'erano. La paura, e il terrore, e il pericolo era grandissimo. Essendo adunque la Città in armi, e in tra- vagli, 1 Priori per consiglio di Dante provvidero di fortificarsi della mol- titudine del popolo; e quando furono fortificati, ne mandarono a’ confini gli uomini principali delle due sètte, 1 quali furono questi: Messer Corso Donati, messer Geri Spini, messer Giacchinotto de’ Pazzi, messer Ros- so della Tosa, e altri con loro. Tutti questi erano per la Parte Ne- ra, e furono mandati a’ confini al Castello della Pieve in quel di Pe- rugia. Dalla Parte de’ Bianchi furon mandati a’ ccnfini a Serezzana, messer Gentile e messer Torrigiano de’ Cer- chi, Guido Cavalcanti, Baschiera del- la Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo
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di Messer Lottino Gherardini, e altri.
Questo diede gravezza assai a Dante, e con tutto che lui si scusi, come uomo senza Parte, nientedimanco tu riputato che pendesse in Parte Bian- ca, e che gli dispiacesse il consiglio tenuto in Santa Trinita di chiamar Carlo di Valois a Firenze, come ma- teria di scandalo e di guai alla Città; e accrebbe l’invidia, perchè quella Parte di cittadini che fu confinata a Serezzana, subito ritornò a Firenze, e l’altra ch'era confinata a Castello della Pieve si rimase di fuori. A questo risponde Dante, che quando quelli da Serezzana furono rivocati, esso era fuori dell’uficio del Prio- rato, e che a lui non si debba im- putare: più dice che la ritornata loro fu per l’infirmità e morte di Guido Cavalcanti, il quale ammalò a Serezzana per l’aere cattiva e poco appresso morì. Questa disagguaglian- za mosse il Papa a mandar Carlo a Firenze, il quale essendo, per ri- verenza del Papa e della Casa di
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Francia, onorevolmente ricevuto nel- la Città, di subito rimise dentro i cittadini confinati, e appresso cacciò la Parte Bianca. .
La cagione fu per rivelazione di certo trattato fatto per messer Piero Ferranti suo barone, il quale disse | essere stato richiesto da tre gentil- ‘uomini della Parte Bianca, cioè da Naldo di messer Lottino Gherardini, da Baschiera della Tosa, e da Bal- dinaccio Adimari di adoperar sì con messer Carlo di Valois che la loro Parte rimanesse superiore nella Terra; e che gli avevano promesso di dargli Prato in governo, se facesse questo; e produsse la scrittura di questa ri- chiesta, e promessa co’ suggelli di costoro : la quale scrittura originale io ho veduta, perocchè ancor oggi è in Palagio con altre scritture pub- bliche; ma quanto a me, ella mi pare forse sospetta, e credo certo che ella sia fittizia. Pure quello che si fusse, la cacciata seguitò di tutta la Parte Bianca, mostrando Carlo grande sde-
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gno di questa richiesta e promessa da loro fatta.
Dante in questo tempo non era in Firenze, ma era a Roma, man- dato poco avanti Ambasciadore al Papa per offrire la concordia e la pace de’ cittadini; nondimanco per isdegno di coloro che nel suo Prio- rato confinati furono della Parte Nera, gli fu corso a casa, e rubata ogni sua cosa, e dato il guasto alle sue © possessioni; e a lui, e a Messer Pal- mieri Altoviti dato bando della per- sona per contumacia di non compa- rire, non per verità d’alcun fallo commesso. La via del dar bando fu questa, che legge fecero iniqua e per- versa, la quale si guardava in dietro, che il Podestà di Firenze potesse e dovesse conoscere i falli commessi per l’addietro nell’ uficio del Prio- rato, contuttocchè assoluzione fusse seguita. Per questa legge citato Dante per messer Cante de’ Gabbrielli, al- lora Podestà di Firenze, essendo as- sente, e non comparendo, fu con-
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dannato e sbandito, e pubblicati 1 suoi beni contuttochè prima rubati e guasti.
Abbiamo detto come passò la cac- ciata di Dante e per che cagione e per che modo. Ora diremo qual fusse la vita sua nell’ esilio. Sentita Dante la sua ruina, subito partì di Roma, dove era Ambasciadore, e camminan- do con gran celerità, ne venne a Siena. Quivi intesa più chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri Usciti, e il primo accozzamento fu in una congregazione degli Usciti, la quale si fè a Gorgonza, dove trat- tate molte cose, finalmente fermarono la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro Capi- tano il Conte Alessandro da Romena, feron dodici Consiglieri, del numero de’ quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero infino all'anno mil- letrecentoquattro ; e allora fatto sfor- zo grandissimo d’ ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con
175 grandissima moltitudine, la quale non solamente da Arezzo, ma da Bolo- gna, e da Pistoia con loro sì con- giunse, e giugnendo improvvisi su- bito presero una porta di Firenze, e vinsero parte della Terra; ma fi- nalmente bisognò se n’ andassero sen- za frutto alcuno.
Fallita dunque questa tanta spe- ranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d’ Arezzo e an- dossene a Verona, dove ricevuto molto cortesemente da’ Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo, e ridussesi tutto a umiltà, cercando con buone opere, e con buoni portamenti riacquistare la gra- zia di poter tornare in Firenze per ispontanea rivocazione di chi regge- va la Terra; e sopra questa parte s'affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a’ particulari Citta- dini del Reggimento, ma ancora al Popolo; e intra l'altre un’ Epistola assai lunga, che incomincia:
« Popule mee, quid feci tibi ».
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Essendo in questa speranza di ritornare per via di perdono, soprav- venne l’ elezione d’ Arrigo di Luzim- borgo Imperadore; per la cui elezione prima, e pol la passata sua, essendo tutta Italia sollevata in speranza di grandissime novità, Dante non potè tenere il proposito suo dell’ aspettare grazia, ma levatosi coll’ animo altiero cominciò a dir male di quelli che reggevano la Terra, appellandoli scel- lerati e cattivi, e minacciando loro la debita vendetta per la potenza dell’ Imperadore, contro la quale, di- ceva, esser manifesto che essi non avrebbon potuto avere scampo al- cuno.
Pure il tenne tanto la riverenza della Patria, venendo l’ Imperadore contro a Firenze, e ponendosi a cam- po presso alla Porta, non vi volle essere, secondo li scrive, contutto- chè confortatore fusse stato di sua venuta.
Morto poi l’Imperadore Arrigo, il quale nella seguente state morì a
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Buonconvento, ogni speranza al tutto fu perduta da Dante; perocchè di grazia lui medesimo si avea tolto la via per lo sparlare e scrivere contro a’ Cittadini che governavano la Re- pubblica; e forza non ci restava per la quale più sperar potesse. Sicchè deposta ogni speranza, povero assai trapassò il resto della sua vita, di- morando in vari luoghi per Lom- bardia, per Toscana, e per Romagna sotto il sussidio di vari Signori; per infino che finalmente si ridusse a Ra- venna, dove finì la sua vita. Poichè detto abbiamo delli affanni suoi pubblici, ed in questa parte mo- strato il corso di sua vita, diremo ora del suo stato domestico e de’ suoi co- stumi e studi. Dante innanzi la caccia- ta sua di Firenze, contuttochè digran- dissima ricchezza non fusse, nientedi- meno non fu povero, ma ebbe patri- monio mediocre, e sufficiente al vivere onoratamente. Ebbe un fratello chia- mato Francesco Alighieri; ebbe mo- glie, come sopra dicemmo, e più fi- 12
178 gliuoli, de’ quali resta ancor oggi suc- cessione e stirpe, come di ‘sotto fare- mo menzione. Case in Firenze ebbe assai decenti, congiunte con le case di Geri di Messer Bello, suo consorto; possessioni in Camerata, e nella Pia- centina, e in Piano di Ripoli; sup- pellettile abbondante, e preziosa, se- condo lui scrive. Fu uomo molto pu- lito, di statura decente, e di grato aspetto, e pieno di gravità: parlatore rado, e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. L’ effigie sua propria sì vede nella Chiesa di Santa Croce, quasi al mezzo della Chiesa, dalla mano sinistra andando verso l’altare maggiore, e ritratta al naturale ot- timamente per dipintore perfetto di quel tempo (').
Dilettossi di musica e di suoni, e di sua mano egregiamente dise- gnava. Fu ancora scrittore perfetto, ed era la lettera sua magra, e lunga, e molto corretta, secondo io ho ve-
(1) Questa effigie del Divino Poeta deve essere stata distrutta da un incendio,
5 179 duto in alcune Epistole di sua pro- pria mano scritte. (') Fu usante in giovanezza sua con giovani innamo- rati; e lui ancora di simile passione occupato non per libidine, ma per gentilezza di cuore. E ne’ suoi teneri anni versi d’amore a scrivere comin- ciò, come vedere si può in una sua Operetta vulgare che si chiama Vita nuova. Lo studio suo principale fu Poesia non sterile, nè povera, nè fan- tastica, ma fecondata, e irricchita, e stabilita da vera scienza e da molte discipline.
E per dare ad intendere meglio a chi legge, dico che in due modi diviene alcuno Poeta. Un modo si è per ingegno proprio, agitato e com- mosso da alcun vigore interno e na-
(1) Nessuna delle originali epistole di Dante è però giunta a noi; e mancano affatto scritti ori- ginali del Divino Poeta.
Nemmeno la sua firma abbiamo il conforto o la soddisfazione di possedere, chè quella la quale credevasi fosse stata da Lui apposta come testi- monio ad un atto stipulato in Padova il 27 agosto 1806 in casa Papafava, si è chiarito non essere la sua, ma di un Dantino Alighieri di Verona,
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scoso, il quale si chiama furore e occupazione di mente. Darò uua si- militudine di quello che io vo’ dire. Il Beato Francesco, non per iscienza, nè per disciplina scolastica, ma per occupazione e astrazione di mente sì forte applicava l’ animo suo a Dio, ghe quasi si trasfigurava oltre al senso umano, e conosceva d’ Iddio più che nè per istudio, nè per lettere cono- scono i Teologi. Così nella Poesia, alcuno per interna agitazione e ap- plicazione di mente Poeta diviene, e questa si è la somma e la più per- fetta spezie di Poesia; onde alcuni dicono i Poeti esser divini ; e alcuni li chiamano Sacri, e alcuni li chia- mano Vati. Da questa astrazione e furore ch'io dico, prendono l’appel- lazione. Gli esempli abbiamo d’ Orfeo, e d’ Esiodo, de’ quali l’uno e l’altro fu tale, quale di sopra da me è stato raccontato. E fu di tanta efficacia Orfeo, che sassi, e selve movea con la sua lira. E Esiodo, essendo pa. store rozzo, e indòtto, bevuta sola-
181 mente l’acqua della fonte Castalia. senz’ alcun altro studio, Poeta sommo divenne, del quale abbiamo l’ opere ancora oggi, e sono tali che niuno de’ Poeti litterati e scientifici le van- taggia.
Una spezie dunque di Poeti è per interna astrazione di mente. L'altra spezie è per iscienza, per istudio, per disciplina, e arte, e per prudenza; e di questa seconda spezie fu Dante.
Perocchè per istudio di Filosofia, di Teologia, Astrologia, Arismetica, e Geometria, per lezioni di storie, per rivoluzione di molti e vari libri, vigilando e sudando nelli studi, ac- quistò la scienza, la quale dovea or- nare ed esplicare co’ suoi versi. E perchè della qualità de’ Poeti abbia- mo detto, diremo ora del nome, pel quale ancora si comprenderà la su- stanza, contuttochè queste sien cose che male dir si possano in vulgare idioma; pure m’ingegnerò di darle ad intendere, perchè al parer mio questi nostri Poeti moderni non le
182 hanno bene intese. Nè è maraviglia, essendo ignari della lingua greca. Dico adunque de’ libri e dell’ opere poetiche.
Alcuni uomini sono leggitori del- l’ Opere altrui, e niente fanno da sè, come avviene al più delle genti. Al- tri uomini son facitori d’ esse Opere, come Virgilio fece il libro dell’ Eneida, Stazio fece il libro della Tebaida, e Ovidio fece il libro Metamorfoseos, e Omero fece l'Odissea e l’ Iliade. Questi adunque, che feron l’ Opere, furon Poeti, cioè facitori di dette Opere che noi altri leggiamo; e noi siamo 1 leggitori e loro furono i fa- citori. E quando sentiamo lodare un valente uomo di Studi o di Lettere, usiamo dimandare: Fa egli alcuna cosa da sè? Lascerà egli alcuna O- pera da sè composta e fatta? Poeta è adunque colui che fa alcuna Opera. Potrebbe qui alcuno dire che, secondo 1] parlare mio, il mercatante che scri- ve le sue ragioni e fanne libro, sa- rebbe Poeta, e che Tito Livio e Sal-
188 lustio sarebbono Poeti perocchè cia- scuno di loro scrisse libri e fece O- pere da leggere. A questo rispondo che far Opere poetiche non si dice se non in versi. E questo avviene per eccellenza dello stile, perocchè le sillabe, la misura, e ’1 suono è solamente di chi dice in versi; e usiamo di dire in nostro vulgare: Costui fa Canzone e Sonetti; ma per iscrivere una lettera a’ suoi amici non diremmo che lui abbia fatto al- cuna Opera.
Il nome del Poeta significa ec- cellente e ammirabile stile in versi coperto, e aombrato di leggiadra e alta finzione. E come ogni Presidente comanda e impera, ma solo colui è Imperadore, che è sommo di tutti, così chi compone Opere in versi, ed è sommo e eccellentissimo nel com- porre tali Opere, si chiama Poeta.
Questa è la verità certa e asso- luta del nome e dell’ effetto dei Poeti. Lo scrivere in istile litterato, o vul- gare, non ha a fare al fatto, nè altra
184 differenza è se non come scrivere in Greco o in Latino. Ciascuna lingua ha sua perfezione e suo suono e suo parlare limato e scientifico. Pure chi mi dimandasse per qual cagione Dan- te piuttosto elesse scrivere in vul- gare che in latino e Ltterato stile, risponderei quello che è la verità; cioè che Dante conosceva sè mede- simo molto più atto a questo stile vulgare in rima che a quello latino o litterato. E certo molte cose sono dette da lui leggiadramente in questa rima vulgare, che nè arebbe saputo, nè arebbe potuto dire in lingua la- tina e in versi eroici. La pruova sono l’Egloghe, da lui fatte in versi esa- metri, le quali posto sieno belle, nien- tedimanco molte ne abbiamo vedute più vantaggiamente scritte. i E a dire 1l vero la virtù di que- sto nostro Poeta fu nella rima vul- gare, nella quale è eccellentissimo sopra ogni altro; ma in versi latini e in prosa non aggiunse a quelli ap- pena che mezzanamente hanno scrit-
185 to. La cagione di questo è, che il secolo suo era dato a dire rima; e di gentilezza di dire in prosa, o in versi latini niente intesero gli uomini di quel secolo, ma furono rozzi e grossi e senza perizia di lettere; dotti nientedimeno in queste discipline al modo... e scolastico.
Cominciossi a dire in rima, secon- do scrive Dante, innanzi a lui circa anni centocinquanta; e i primi furono in Italia Guido Guinizzelli, Bologne- se; e Guittone Cavaliere Gaudente d’ Arezzo; e Bonagiunta da Lucca; e Guido da Messina; i quali tutti Dante di gran lunga soverchfò di scienze, e di pulitezza, e d’ eleganza, e di leg- giadria ; intanto che egli è opinione di chi intende, che non sarà mai uomo che Dante vantaggi in dire in rima.
E veramente ell’ è mirabil cosa la grandezza e la dolcezza del dire suo prudente, sentenzioso, e grave, con varietà e copia mirabile, con scienza di Filosofia, con notizia di storie an- tiche, con tanta cognizione delle sto-
186 rie moderne, che pare ad ogni atto essere stato presente.
Queste belle cose, con gentilezza di rima esplicate, prendono la mente di ciascuno che legge, e molto più di quelli che intendono.
La finzione sua fu mirabile, e con grande ingegno trovata; nella quale concorre descrizione del Mondo, de- scrizione de’ Cieli e de’ Pianeti, de- scrizione degli uomini, meriti e pene della vita umana, felicità, miseria, e mediocrità di vita intra due estremi.
Nè credo che mai fusse chì im- prendesse più ampla e fertile materia da potere esplicare la mente d’ ogni suo concetto, per la varietà delli spi- riti loquenti di diverse ragioni di cose, di diversi paesi, e di vari casì di fortuna.
Questa sua principale Opera co- minciò Dante avanti la cacciata sua, e di poi in esilio la fini, come per essa Opera si può vedere apertamente.
Scrisse ancora canzone morali e sonetti. Le canzone sue sono perfette,
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e limate e leggiadre, e piene d'alte sentenze; e tutte hanno generosi co- minciamenti, siccome quella canzona che comincia:
Amor che muovi tua virtù dal Cielo
Come il Sol lo splendore dove è comparazione filosofica e sot- tile intra gli effetti del sole e gli ef- fetti di amore.
E l’altra che comincia:
Tre donne intorno al cor mi son venute
E l’altra che comincia: Donne, che avete intelletto d’ amore
E così in molte altre canzone è sottile, e limato e scientifico.
Ne’ sonetti non è di tanta virtù.
Queste sono l’ Opere sue vulgari.
In Latino scrisse in prosa, e in versi. In prosa è un libro chiamato Monarchia, il qual libro è scritto... senza niuna gentilezza di dire. Scrisse ancora un altro libro intitolato De vulgari eloquentia. Ancora scrisse mol- te epistole in prosa. In versi scrisse alcune Egloghe, e ’1 principio del
188 libro suo in versi eroici; ma non gli riuscendo lo stile, non lo seguì. Mo- ri Dante negli anni 1321 a Ravenna.
Ebbe Dante un figliuolo tra gli altri chiamato Piero,-il quale studiò in legge e divenne valente; e per propria virtù e per favore della me- moria del padre, sì fece grand’ uomo e guadagnò assai; e fermò suo stato a Verona con assai buone facultà.
Questo messer Piero ebbe un fi- gliuolo chiamato Dante, e di questo Dante nacque Lionardo, il quale oggi . vive ed ha più figliuoli. Nè è molto tempo, che Lionardo antedetto venne a Firenze con altri giovani Veronesi bene in punto, e onoratamente; e me venne a visitare, come amico della memoria del suo proavo Dante. E io li mostrai le case di Dante e de’ suoi antichi ; e diegli notizia di molte cose a lui incognite, per essersi stranato lui e i Suoi della Patria.
E così la fortuna, questo mondo gira, e permuta li abitatori col vol- gere di sue rote. |
LEONARDO BRUNI
VITA DEL PETRARCA
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Vita Francisci Petrarchae.
Francesco Petrarca, uomo di gran- de ingegno e non di minore virtù, nacque in Arezzo nel Borgo dell'Orto. La natività sua fu negli anni 1804 a dì 21 di Luglio, poco innanzi al levar del sole. Il padre suo ebbe nome Petracco. L’avolo suo ebbe nome Pa- renzo. L’ origine loro fu dall’ Ancisa.
Petracco suo padre abitò in Firenze, e fu adoperato assai nella Repub- blica; perocchè molte volte fu man- dato Ambasciadore della Città in gravissimi casi, e molte volte con altre commissioni adoperato a gran fatti; e in Palagio un tempo fu Scriba sopra le Riformagioni dipu- tato, e fu valent’uomo, e attivo, e assai prudente.
Costui in quel naufragio de’ cit- tadini di Firenze, quando soprav- venne la divisione fra Neri e Bianchi,
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fu riputato sentire con Parte bianca, e per questa cagione insieme con li altri fu cacciato di Firenze.
Il perchè ridotto ad Arezzo, quivi fe’ dimora, aiutando sua Parte e sua Setta virilmente, quanto bastò la speranza di dovere ritornare a casa. Di poi, mancando la speranza, partì da Arezzo e andonne in Corte di Roma, la quale in que’ tempi era nuovamente trasferita a Vignone. In Corte fu bene adoperato con assai onore e guadagno; e quivi allevò due suoi figliuoli, de’ quali l’ uno ebbe nome Gherardo, e l’ altro Checco.
Questi è quelli, che poi fu chia- mato Petrarca, come in processo di questa sua vita diremo. Il Petrarca adunque allevato a Vignone, comun- que venne crescendo si vide in lui gravità di costumi e altezza d’in- gegno : e fu di persona bellissimo, e bastò la formosità sua per ogni parte di sua vita. Apparate le lettere, e uscito di que’ primi studi puerili, per comandamento del padre sì diede
198 allo studio: di ragione civile, e per severovvi alcun anno. Ma la natura sua, la quale a più alte cose era ti- rata, poco stimando le leggi, e i loro litigi, e reputando quella essere trop- po bassa materia a suo ingegno, na- scosamente ogni suo studio a Tulio, e a Virgilio, e a Seneca, e a Lat- tanzio, e agli altri Filosofi, e Lies e Istorici referiva.
Lui ancora pronto a dire in versi, pronto a dire in prosa, pronto a so- netti, e a canzone morali; gentile e ornato in ogni suo dire, intanto sprezzava le Leggi e le loro tediose e grosse comentazioni di chiose, che se la riverenza dcl Padre non lo avesse tenuto, non che egli fusse ito dietro alle Leggi, ma se le Leggi fussono ite dietro a Lui, non l’arebbe accettate.
Dopo la morte del Padre, fatto di sua podestà subito sì diede tutto a quelli studi apertamente, de’ quali prima era stato nascoso discepolo per paura del Padre; e subito cominciò
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194 a volare sua fama, e a essere chia- mato non Francesco Petracchi; ma Francesco Petrarca, ampliato il nome per riverenza delle sue virtù. E ebbe tanta grazia d’intelletto, che fu il primo, che questi sublimi studi lungo tempo caduti e ignorati rivocò a luce di cognizione, i quali da poi crescendo, montati sono nella pre- sente altezza. | Della qual cosa, acciocchè meglio s’ intenda, facendomi indietro con breve discorso, raccontar voglio. La Lingua Latina, e ogni sua perfezione e grandezza, fiorì massi- mamente" nel tempo di Tulio: pe- rocchè prima era stata non pulita, nè limata, nè sottile, ma salendo ap- poco appoco a sua perfezione, nel tempo di Tulio nel più alto colmo divenne. Dopo l’età di Tulio co- minciò a cadere e a discendere, come per fino a quel tempo era montata. E non passarono molti anni, che ricevuto avea gran calo, e diminu- zione. E puossi dire che le lettere
| 195 e gli studi della Lingua Latina an- dassero parimente con lo stato della Repubblica di Roma; perocchè in- sino all’età di Tulio ebbe accresci- mento; dipoi perduta la libertà del Popolo Romano per la signoria delli Imperadori, 1 quali non restarono mai d’uccidere e disfare gli uomini di pregio, insieme col buono stato della Città di Roma perì la buona disposizione delli studi e delle let- tere.
Ottaviano, che fu il meno reo Imperadore, fe’ uccidere migliaia di cittadini Romani. Tiberio, Galicula, Claudio, e Nerone, non vi lasciarono persona che avesse viso d’ uomo. Se- guitò poi Galba, e Ottone, e Vitellio, i quali in pochi mesi disferono l’un l’altro.
Dopo costoro non furono più Im- peradori di Sangue Romano, peroc- chè la Terra era sì annichilata da’ precedenti Imperadori, che niuna persona d’alcun pregio v’era rimasa. Vespasiano, il quale fu Imperadore
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dopo Vitellio, fu di quel di Rieti; e così Tito, e Domiziano suoi fi- gliuoli. Nerva Imperadore fu da Narni. Traiano adottato da Nerva fu di Spagna. Severo, d’Affrica. Adriano ancora fu di Spagna. Alessandro, d'Asia. Probo, d’ Ungheria. Diocle- ziano, di Schiavonia. Costantino fu d’ Inghilterra. A che proposito si dice questo da me? Solo per mo- strare, che come la Città di Roma fu annichilata dagl’ Imperadori per- versi tiranni, e così gli studi, e le lettere latine riceverono simile ruina, e diminuzione, intanto che all’estre- mo quasi non si trovava chi lettere latine con alcuna gentilezza sapesse. E sopravvennero in Italia Goti, e Longobardi, nazioni barbare e strane, 1 quali affatto spensero quasi ogni cognizione di lettere; come appare per gli strumenti in que’ tempi ro- gati, e fatti, de’ quali niente potrebbe esser più material cosa, nè più grossa e rozza.
Ricuperata di poi la libertà de’
197 popoli Italici per la cacciata de’ Lon- gobardi,i quali dugentoqueranta anni tenuta aveano Italia occupata, le Città di Toscana e l’altre comincia- rono a riaversi, e a dare opera agli studi, e alquanto a limare il grosso stile, e così appoco appoco vennero ripigliando vigore, ma molto debol- mente, e senza vero giudicio di gen- tilezza alcuna piuttosto attendevano a dire in rima vulgare, che ad altro.
| E così per insino al tempo di Dante lo stile litterato pochi sape- vano, e que’ pochi il sapevano assai male, come dicemmo nella Vita di Dante.
Francesco Petrarca fu il primo, il quale ebbe tanta grazia d’ ingegno che riconobbe e rivocò in luce l’an- tica leggiadria dello stile perduto e spento. E »nosto che in lui perfetto non fusse, pure egli da per sè solo vide, e aperse la. via a questa per- fezione, ritrovando l’ Opere di Tulio, e quelle gustando e intendendo, a- dattandosi quanto potè e seppe a
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quella elegantissima e perfettissima facondia. E per certo fece assai, solo a mostrare la via a quelli che dopo lui dovevano seguitare.
Datosi adunque a questi studi il Petrarca, e manifestando sua virtù insino da giovane fu molto onorato e riputato, e dal Papa fu richiesto di volerlo per secretario di sua Corte, ma non lo consentì mai, nè prezzò il guadagno : nientedimanco, per poter vivere in ozio con vita onorata, ac- cettò Benefici e fessi cherico secolare. E questo non fe’ tanto di suo pro- posito, quanto costretto da necessità, perchè dal Padre poco o niente di eredità gli rimase, e in maritare una sua sorella quasi tutta l’eredità pa- terna si convertì. Gherardo suo fra- tello si fe’ Monaco di Certosa, e in quella religione perseverando finì sua vita.
Gli onori del Petrarca furono tali, che niuno uomo di sua età fu più onorato di lui, non solamente oltre . a’ monti, ma di qua in Italia. È pas-
199 sando a Roma solennemente fu co- ronato come Poeta.
Scrive lui medesimo in una sua Epistola, che negli anni 1350 venne a Roma per lo Giubileo, e nel tor- nare da Roma fece la via d’Arezzo per veder la Terra dove era nato; e sentendosi di sua venuta, tutti i cittadini gli si fecero incontro, come se fosse venuto un Re.
# conchiudendo, per tutta Italia era sì grande la fama, e l’onore a lui tribuito da ogni Città e Terra, e da tutti i popoli, che pareva cosa incredibile e mirabile. Nè solamente da’ popoli mezzani, ma da’ sommi e grandi Principi e Signori fu desi- derato, e onorato, e con grandissime provvisioni appresso di loro tenuto. Perocchè con messer Galeazzo Vi- sconti dimora fece alcun tempo, con somma grazia pregato da quel Si- gnore, che appresso a'lui si degnasse stare. E simile dal Signor!di Padova fu molto onorato. E era tanta la ri- putazione sua, e la riverenza che
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gli era portata da quegli Signori, che spesse volte con lui lunga con- tesa facevano di volerlo mandare in- nanzi nello andare e nello entrare in alcun luogo, e preferirlo in onore.
Così il Petrarca con questa vita onorata, e riputata, e gradita, visse insino all'estremo di sua età.
Ebbe il Petrarca negli studi suoi una dota singulare, che fu attissimo & prosa, e a verso, e nell’uno stile e nell'altro fece assai Opere.
La prosa sua è leggiadra e fio- rita; il verso è limato e ritondo e assai alto: e questa grazia dell’ uno stile e dell’altro è stata in pochi, o in nullo fuor di lui; perchè pare che la Natura tiri o all’ uno o all’altro, e quale vantaggia per natura, a quello si suole l’uomo dare. Onde adiviene che Virgilio, nel verso eccellentis- simo, niente in prosa scrisse; e Tulio, sommo maestro di dire in prosa, niente valse in versi.
Questo medesimo veggiamo negli altri Poeti, e Oratori, l’uno di questi
201 due stili essere stato la sua «eccel: lente loda; ma in amendue gli stili niuno di loro che mi ricordi ‘aver letto.
Il Petrarca solo è quello, che per dota singulare in l'uno e in l’altro stile fu eccellente, ed Opere molte compose in prosa e in versi, le quali non fa bisogno raccontare, perchè son note. |
Morì il Petrarca ad Arquata, Ca- stello del Padovano, l’anno 1874; dove in sua vecchiezza ritraendosi, per sua quiete a vita osiosa e sepa- rata da ogni impedimento, avea e- letto sua dimora.
Tenne il Petrarca mentre che visse grandissima amicizia con Gio- vanni Boccaccio, in :quella età famoso ne’ .medesimi studi; sicchè morto il Petrarca le Muse fiorentine quasi per ereditaria successione rimasono al Boccaccio, e in lui risedette la fama de’ Poetici studi, e fu successione ancora nel tempo.
Perocchè quando Dante morì, il
202.
. Petrarca era di anni 17; e quando il Petrarca morì, era il Boccaccio di minore età di lui anni nove, e così per successione andarono le Muse.
La vita del Boccaccio non iscri- veremo al presente, non perchè e’ non meriti ogni grandissima loda; ma perchè a me non son note le particularità di sua generazione, e sì di sua privata condizione e vita, senza lafcognizione delle quali cose scrivere non si debba. (1)
Ma l’'Opere e i Libri suoi mi sono assai noti, e veggio che lui fu di grandissimo ingegno e di grano dissimo studio, e molto laborioso, e tante cose scrisse di sua propria mano che è una maraviglia. Apparò gram- matica da grande, e per questa ca- gione non ebbe mai la lingua latina molto in sua balia; ma, per quello che scrisse in vulgare, si vede che naturalmente”egli era eloquentissimo
ed aveva ingegno oratorio. Dell’ opere sue scritte in Latino,
(1) Pregiudizi dell' epoca.
* “n 4, A » ET 5 + & it e,
208 le « Genologie Deorum » tengono il principato.
Fu molto impedito dalla povertà e mai si contentò di suo stato, anzi sempre querele e lagnifdi sè scrive. Tenero fu di natura e sdegnoso, la qual cosa guastò molto i fatti suoi, perchè nè da sè aveva, nè "d’ essere appresso a Principi e a Signori ebbe sofferenza.
Lasciando adunque stare il Boc- caccio, e indugiando la Vita sua ad altro tempo, tornerò a Dante e al Petrarca, de’ quali dico così, che se comparazione si dee fare tra questi prestantissimi? uomini, le vite de’ quali sono state scritte da noi, af- fermo che amendue furono valentis- simi e famosissimi uomini, e degni di grandissima commendazione e lo- da. Pure volendosi insieme conitrito esamine di virtù e di meriti com- parare, e vedere in qual di loro è maggior eccellenza, dico ch’egli è da fare contesa non piccola, perchè son quasi pari nel corso loro alla fama
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e alla gloria ; de’ quali due parlando potiamo dire in questo modo: cioè ‘ che Dante nella vita attiva e civile fu di maggior pregio che ’1 Petrarca; perocchè. nell’armi per la Patria, e nel governo della Repubblica piani bilmente s ' adoperò.
Non si può dire del Petrarca questa parte, perocchè nè in Città libera stette, la quale avesse a go- vernare civilmente, nè in armi fu mai per la Patria, la qual cosa sap- piamo essere gran merito di virtù.
Oltr'a questo, Dante da esilio, e da povertà incalzato, non abbandonò 1 suol preclari studi, ma in tante difficultà scrisse la sua bella Opera.
Il Petrarca in vita tranquilla, e soave, e onorata, e in grandissima bonaccia l’ Opere sue compose. Con- cedesi, che più è da desiderare la bonaccia; ma nientedimeno è di mag- gior virtù nell’ avversità della for- tuna poter conservare la mente agli studi, massimamente quando di buo- no stato sì cade in reo.
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Ansora in scienza di Filosofia, e nelle matematiche Dante fu più per- fetto e più dotto; perocchè gran tempo gli diede opera; sicchè il Pe- trarca non è pari in questa parte a Dante, | i
Per tutte queste ragioni pare che Dante in onore debba essere prefe- rito.
Volgendo carta, e dicendo le ra- gioni del Petrarca, si può rispondere al primo argomento, della vita at- tiva e. civile, che il Petrarca fu più saggio. e più prudente in eleggere vita quieta e oziosa, che travagliarsi nella Repubblica, e nelle contese e nelle sette civili le quali sovente git- tano tal frutto, quale a Dante av- venne, d’esser cacciato e disperso per la malvagità degli uomini e ingra- titudine de’ popoli. E certo, Giano della Bella suo vicino, dal quale il Popolo di Firenze aveva ricevuto tanti benefizi, e poiil cacciò, e morì in esilio, sufficiente esemplo doveva
206 essere a Dante di non travagliarsi nel governo della Repubblica.
Ancora si può rispondere in que- sta medesima parte della vita attiva, che il Petrarca fu più costante in ritenere l’amicizia de’ principi perchè non andò mutando, nè variando, co- me fe’ Dante; e certo il vivere in riputazioné ed in vita onorata da tutti i Signori, e Popoli, non fu senza grandissima virtù, e sapienza, e co- stanza.
Alla parte che si di SE nelle avversità della fortuna Dante con- servò la mente alli studi, si può ri- spondere che nella vita felice e nella | prosperità, e nella bonaccia, non è | minor virtù ritenere la mente agli studi, che ritenerla nell’ avversità; pd più corrompono la donà degli uomini le cose prospere che l'avverse. La gola, il sonno e l’o- ziose piume sono Meda nimici degli studi. —
Se in Filosofia, e Astrologia, 8 . nelle altre Scienze Matematiche fu
| 207 diù dotto Dante, che ’1 confesso e consento, dire si può che in molte altre cose il Petrarca fu più dotto cone Dante; perocchè nella scienza delle Lettere e nella cognizione della lingua latina Dante fu molto infe- riore al: Petrarca. Due ‘parti sono nella -tingua latina, cioè ‘Prosa, e Versi: nell’una e nell'altra è supe- riore il Petrarca; perocchè in Prosa . lungamente è più eccellente, e nel verso ancora è più sublime, e più ornato che ‘non è il verso di Dante. Sicchè in tutta la lingua latina Dante per certo non è pari al Petrarca.
— Nel dire vulgare in Canzone il Petrarca è pari a Dante; in Sonetti il vantaggia. Confesso nientedimeno, che Dante nell’ Opera sua principale ‘ vantaggia ogni Opera del Petrarca.
E però, conchiudendo, ciascuno ha sua eccellenza in parte, ed in parte è superato.
Essere il Petrarca insignito di corona poetica e non Dante, niente importa a questa comparazione; pe-
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rocchè ‘molto è da stimare più il me ritare corona, che averla ricevuta; massime perchè la virtù è certa, e la corona talvolta per lieve giudizio così a chi non merita, come a .chi merita dare sì puote.
Finita la Vita di Dante Alighieri, e di messer Francesco Petrarca, fatta per messer Leonardo Aretino l’Anno MCCCCXXAXVI. Nella Città di Firenze nel mese di Maggio.
APPENDICE
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PARTE I.
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PARTE I.
STORIA GENERALE —
(Da Carlomagno a Federigo Il e ad Alberto d' Austria.
Le tragiche lotte fra i due par- titi che col nome di Guelfi e Ghi- bellini ai tempi di Dante Alighieri funestavano l’Italia, non ebbero, co- me apparentemente potrebbe rite- nersi, origine nostrana; ma risalgono all’epoca in cui cominciò la lotta fra l'Impero e la Chiesa per la supre- mazia sul mondo in genere e sull’ I- talia in ispecie.
È noto che re Carlomagno ottenne per mano del pontefice Leone III, nel Natale dell’800, dal popolo di Roma (che ne aveva fin dal tempo degli antichi imperatori l’ attribuzio-
214 ne) il conferimento della corona im- periale. Per tal fatto si istituì con Carlomagno il Sacro Romano Im- pero. I papi si attribuirono d’ allora in poi il diritto d’ investitura degli imperatori; e ciò sia per delegazione del popolo di Roma, sia per la loro qualità di Vicarii di Cristo; dando o aggiungendo materia alla fierissima contesa fra la potestà ecclesiastica e la civile per il governo dei popoli. Il papa intendeva esercitarlo in virtù della derivazione sua da Dio; l' im- peratore in virtù del potere suo ter- reno. In altri termini, la proclama- zione di Carlomagno ad imperatore diè modo a lui ed a’ suoi successori di ritenere essersi in essi e per essi rinnovata la potenza degli impera- tori romani. (1)
Gli sforzi fatti dai papi essendo rivolti al conseguimento della pote-
. (1) Carlomagno, scendendo in Italia, creò una infinità di cavalieri e d’ altri nobili. Anche in Fi- renze molte famiglie ebbero da lui concessioni di titoli nobiliari, il che le costituiva a quei tempi in una posizione sotto ogni rapporto preminente.
216 stà secolare, in aggiunta alla eccle- siastica, ne scaturì quell’asprissima lotta fra Chiesa e Impero, la quale fu apportatrice di indicibili calamità all'Italia ed al mondo.
Per non risalire a tempi troppo remoti, ci dispenseremo dal far qui la cronistoria dei successori di Car- lomagno. Diremo peraltro che i Ca- rolingi cessarono di dominare in Francia nell’anno 888, con la depo- sizione, da parte dei Grandi dell’ Im- pero, dell’ inetto Carlo il Grosso, sotto cui i Normanni (così detti dalla © Norvegia o Norvea donde. proveni- vano) e i Saraceni invasero la Fran: cia e l’Italia.
Deposto Carlo il Grosso il Sasso Romano Impero si frazionò ; la Fran- cia, la Germania e l’ Italia non ri- masero più unite sotto lo scettro imperiale.
In Francia, dopo Carlo il Grosso, regnò Carlo il Semplice, che venne tenuto prigioniero da Ugo, conte di Parigi. A Carlo il Semplice succes-
216 sero altri due re Carolingi. Con Lu- dovico V (987) morto senza prole, i Carolingi si estinsero ; e Ugo Capeto, figlio di Ugo conte di Parigi, prese il titolo di re. La dinastia de’ Ca- peti durò poi in Francia quasi sino ai tempi nostri. All'epoca cui noi risaliamo, essa esplicava la ‘sua po-. tenza su di un territorio molto limi- tato (circa '/,, del territorio francese) essendo il resto della Francia diviso fra Conti e Duchi, che equivalevano ad altrettanti re. Il primo de’ Capeti che regnò con maggiore potenza fu Luigi VI (1108-1137). ‘In Germania i principi tedeschi elessero re Arnolfo (887) figlio illegit- timo del carolingio Carlomanno (m. 880) e nipote di Carlo il Grosso fra- tello di costui. La Germania .allora era costituita da 11 stati, fra i quali il Ducato di Svevia, più strettamente chiamata Magna, Lamagna o Ale mannia. |
In Arnolfo si trasferì anche la potestà imperiale, che gli proveniva
217 dalla sua. discendenza da Carloma- gno. Egli pertanto si trovava inve- stito di quest’ ultima potestà, rispetto all'Italia, che si senti sotto la pre- tesa di dominio da parte degli im- peratori tedeschi. Gravissimo fatto, da cui trassero fondamento le discese di quegli imperatori nella penisola, osteggiate dai popoli d’ Italia, amanti della loro indipendenza; e anche dai papi, ansiosi oltre che della supre- magia ecclesiastica, della civile.
Poco dopo Arnolfo (m. 899) si estinse in Germania, con Ludovico IV suo figlio (m. 911 senza prole) la razza de’ Carolingi; ed i principi tedeschi — duchi la maggior parte — nel 911 elessero re di Germania Cor- rado I di Franconia; nome dato ab antico ad una regione germanica sul Meno, ove si stabili una tribù di Franchi.
A Corrado I successe, per ele- zione, Enrico I (non di Franconia, ma di Sassonia) detto Enrico l’ Uc- cellatore (919-936) che vagheggiava
218 di unire. tutta la Germania in un solo regno, mentre allora era costi- tuita di ducati e principati.
Ad Enrico I tenne dietro Ottone I (pure di Sassonia) detto Ottone il Grande (936-973) più specialmente famoso per avere, colla sua venuta a Roma nel 962, riassociata a quella che già aveva di re rispetto alla Germania, la corona d’ imperatore, formando il Sacro Romano Impero della nazione tedesca, e assumendo il titolo di re dei Romani. Ciò rin- calzò il diritto di protettorato, van- tato dagl’imperatori di Germania sul papato, poichè i Romani giurarono in quella occasione di non mai eleg- gere papi (') senza il consenso di Ottone I o de’ successori; e causò una maggiore ingerenza della Ger- mania nelle cose d’Italia. Ottone I fu quegli che vinse Berengario II
(1) I papi non erano allora eletti dai cardinali, ma dal popolo di Roma. Fu solo nel 1059, per opera del pontefice Nicola II, che l’elezione del papa venne sottratta al popolo di Roma e deferita al collegio del Cardinali, o parroci di Roma.
219 d’Ivrea è lo mandò a finire i suoi giorni in una fortezza di Germania.
Dopo Ottone I la casa di Sas- sonia vide succedersi quali impera- tori e re:
Ottone II (973-983)
Ottone III (983-1002)
Enrico II (1002-1024).
Indi la dignità imperiale e reale in Germania tornò con Corrado II (1029-1039) alla casa di Franconia o Salica, che estese i suoi dominii e la sua potenza più particolarmente con Enrico III (1039-1056) il quale ebbe pure di mira d’ innalzare la di- gnità d’imperatore e re non solo solo sovra tutti 1 principi della Ger- mania, ma benanche sopra i papi, tanto che, trovatosi con questi ultimi in contrasto, ne depose tre, confe- rendo successivamente il pontificato a tre vescovi tedeschi.
Dopo Enrico III la corona passò _ ad Enrico IV (1056-1106) rimasto celebre nella storia per la sua lotta politica contro i papa Gregorio VI,
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il quale con energra tenacissima volle, e riuscì, ad elevare il papato sovra l'impero ed a renderlo da questo in- dipendente.
Enrico IV nelle sue mire era o- steggiato dai Sassoni, avversi alla casa di Franconia (') cui egli appar- teneva; i quali dopo essere stati da lui vinti nel 1075, invocarono l’ ar- bitrato del pontefice Gregorio VII. Questi si giovò dell'occasione pel trionfo della sua grande idea della preminenza del papa, quale vicario di Cristo, sopra tutte le sovranità della terra. È noto che Enrico IV, abbandonato dal popolo pe’ suoi por- tamenti verso i Sassoni e verso la moglie, ch'egli intendeva ripudiare, fu a Tribur dichiarato deposto dal trono dai principi di Germania se fra un anno non si fosse liberato dalla scomunica; in seguito a che egli dovette a Canossa umiliarsi al
(1) Questa rappresentava in Germania il partito ghibellino, mentre la casa di Sassonia rappresen- tava il partito guelfo.
221 pontefice (*) il quale appunto aveva contro lui fulminato la scomunica e la decadenza dal trono. Contro En- rico IV, Gregorio VII aveva invo- cato l’aiuto del normanno Roberto il Guiscardo con cui si era collegato. Le devastazioni fatte dai Normanni in Roma inasprirono però sì fatta- mente il popolo, che Gregorio VII sl trovò costretto a fuggire a Sa- lerno, ove nel 1084 si spense.
Ad Enrico IV succedette Enrico V (1106-1125) ma vi furono anche quattro antimperatori:
Rodolfo di Svevia (1077-1080).
Ermanno di Lussemburgo (1081- 1088).
Ecberto di Misnia (1088-1090.
Corrado di Franconia (1098-1101).
Enrico V, che, a causa della lotta
(1) Le rovine del castello di Canossa, apparte- nente alla contessa Matilde di Toscana (le cui ceneri riposano nella basilica di S. Pietro in Ro- ma) si possono ancora vedere; e si trovano nel territorio del Comune di Ciano d'Enza (prov. di Reggio Emilia). Presso di esse è stato istituito un museo, ove trovansi raccolti moltissimi avanzi, preziosi per la storia di quel tempo.
222
per le investiture fece imprigionare .
il papa ed i cardinali e concluse poi con Calisto II un concordato a Worms (1122) fu l’ultimo imperatore e re della casa di Franconia, avendo 1 principi di Germania eletto nel 1125
Lotario II di Sassonia, invece di
Federigo di Hohenstaufen, della casa di Svevia, che era il più prossimo congiunto di Enrico V. (*) Lotario II scese in Italia per affermarvi la sua potenza. Al suo ritorno in Ger- mania (dicembre 1137) si spense in una capanna nei pressi di Trento; e pretese la corona imperiale suo genero, il Duca Enrico il Superbo: trovò però a contendergliela Corrado di Hohenstaufen, che, invece di lui, fu eletto nel 1138 nella dieta dei principi di Germania a Coblenza e prese il nome di Corrado III Que- sti prese parte, al pari di Luigi VII
(1) La Svevia era nna regione dell’ Alemagna situata fra il Danubio, l’ Aar e il Reno. La Sas- sonia era situata verso l’ attuale Olanda, tra l’Elba,
il Meno ed il Reno, verso il Mare di Germania o del Nord. i
228
di Francia, alla seconda Crociata pre- dicata da S. Bernardo, abate di Chia- ravalle nella Borgogna; e sotto di lui militò il trisavolo di Dante, Cac- ciaguida, rammentato dal divino Poe- ta con grande onore nel XV e seg. del Paradiso, e dal quale Egli si fa predire le tristi sue vicende di esule. Fu la lotta fra Corrado III ed Enrico il Superbo per la corona im- periale, che gravissimamente acuì le gare dei partiti in Germania. Enrico il Superbo non volle in sulle prime | riconoscere per imperatore Corrado III e gli rifiutò il dovuto omaggio; per la qual cosa Corrado III dovè porlo al bando dell'impero e dichia- rarlo decaduto. I suddetti partiti pre- cisamente in quel tempo assunsero i nomi di « Welf» e di « Weibling», traslati in italiano in quelli di « Guel- fi » e di « Ghibellini». Ritiensi che codeste denominazioni derivino: la prima (di Welf) dall’ essere la casa di Sassonia e Baviera stata anche chiamata in Germania casa « Welf >»,
234
avendo vari principi di essa. avuto tale parola. per lora mome proprio; la seconda (Weibling) dall’ essere la casa di Franconia o Salica (alla quale per ragioni di parentela era più stret- tamente unita la casa Hohenstaufen o di Svevia) detta anche Weiblinga da un castello di tal nome sull’ Eras nella diocesi di Amburgo, nei monti Erfeld.
Questa parola in italiano si volse in Giblinga o Ghibelinga; e Ghibelli- ni si dissero i partigiani di quella casa.
La lotta fra Corrado III Hohen- staufen ed Enrico il Superbo diede origine in Germania ad una dise- strosa guerra civile. Fu in tal guerra più specialmente memorabile la bat- taglia presso il castello di Wein- sberg (1142) sostenuta contro Enrico il Superbo da Corrado III e dal . fratello Federico; e nella quale sì udirono per la prima volta le grida di Welf! e di Weibling! da cui i Welfen (Guelfi) e i Weiblinger (Ghi- bellini): i primi sostenitori non solo
225 della casa Sassone, ma anche del papa (per quanto aveva tratto alle cose d’Italia) avendo i Sassoni spal- leggiato il papa nella sua contesa contro Enrico IV di Germania; i secondi essendosi mostrati strenui so- stenitori dell’ impero.
In Italia adunque Guelfo si volse a significare sostenitore del papa e — più largamente — del partito, se così può dirsi, nazionale; e Ghibel- lino, sostenitore della supremazia im- periale. (1)
Corrado III, primo imperatore e re della casa Hohenstaufen, o di Svevia, o Ghibellina, poco prima di morire provvide a che la corona im- periale passasse al suo nipote Fede- rigo I Barbarossa (1152-1190) che scese sei volte in Italia per affer- marvi ed estendervi la potenza degli imperatori tedeschi in danno della in-
(1) Altri, invece di Welf, dice Wolf (lupo) onde i Guelfi vennero raffigurati come lupi; cupidi, avari.
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226 dipendenza delle città italiane, le qua- li giustamente gli opposero fierissima resistenza. Federigo I diè in moglie (in ciò secondato dal papa) a suo figlio Enrico (poi Enrico o Arrigo VI) Costanza, figlia del Normanno Ruggero II ed erede del regno nor- manno di Napoli e Sicilia. (1)
A leggere le manifestazioni di eroismo delle città lombarde contro la tracotanza imperiale, come sono
(1) Verso il 1030 bande di Normanni, condotti pri- ma da un capitano di nome Drengot, poi da principi della casa di Altavilla, si impossessarono volta ‘a volta del mezzogiorno d’ Italia, sostituendo la propria dominazione alla greca in Puglia e in Ca- labria, alla longobarda nei principati di Benevento e di Salerno, alla saracena in Sicilia. Anche le repubbliche di Amalfi e di Napoli turono da loro sottomesse. Il papa Leone IX dapprima resistò ai nuovi invasori, ma poi, rimasto sconfitto e pri- gioniero a Civitella del Tronto (1053) fu astretto ad acconciarsi con essi, riconoscendoli padroni di quanto avevano conquistato. In compenso i Nor- manni si dichiararono vassalli del papa, cui la- sciarono la città di Benevento. In sostanza l’I- talia meridionale, nota anche col nome di Due Sicilie, diventò un feudo della Chiesa. In siffatta qualità di feudo, Urbano IV, per abbattere in I- talia i Ghibellini capitanati da Manfredi